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L’articolo di ieri dell’ottimo Cimmino sul disastro della scuola italiana rappresenta la migliore apertura per una lunga e articolata riflessione che Electomag dedicherà al 68 ed alle sue conseguenze sulla società attuale.

Perché, nel bene e nel male, il maggio francese ha rappresentato una cesura con la realtà precedente e l’avvio di un percorso nuovo.

Anche se pure il mito del maggio parigino andrebbe smontato poiché non è lì e neppure in quel momento che inizia la contestazione, la ribellione, la voglia di cambiare tutto e tutti.
Però i transalpini sono sempre stati più bravi nelle operazioni di marketing e si sono intestati un movimento che ha radici più antiche e più vaste. Ma lo stesso vale per l’Italia e per gli scontri di Valle Giulia, a Roma. Non i primi scontri e neppure le prime occupazioni universitarie, eppure un simbolo mediatico. Valle Giulia come simbolo della contestazione “rossa” benché in prima fila ad affrontare la polizia ci fossero i “neri”.

Indubbiamente, a distanza di 50 anni, sarebbe anche arrivato il momento di cominciare a raccontare la verità, ma in Italia non si usa: troppo scomodo o anche solo troppo faticoso. Meglio continuare a ripetere, come un mantra, le false verità rivelate. Ormai davvero più una questione di pigrizia e di ignoranza più che un desiderio di proseguire nella mistificazione.
Più facile raccontare la storia di un’esplosione improvvisa di rabbia studentesca piuttosto di andare a ricercare radici tra il situazionismo o Jeune Europe, tra la rivolta operaia di piazza Statuto a Torino, nel 1962, e lo sboom economico con la “congiuntura”.

Un modello che andava in crisi, dove le parrocchie lasciavano spazio alla civiltà dei consumi, dove la morale sessuofoba non era più tollerata, dove le baronie universitarie avevano raggiunto livelli di assoluta insostenibilità. Certo, il sogno di rompere tutto, di conquistare una totale libertà famigliare, sessuale, culturale non lasciava spazio ad una analisi sulle conseguenze credibili.

Vietato vietare, e si pensava ad un mondo esclusivamente libero, allegro, colorato.

La scuola da abbattere, in fondo, era già stato un obiettivo di Giovanni Papini, più di 50 anni prima. Ma ci si illudeva ancora su una autoformazione, sulla cultura appresa in altri modi. Era l’utopia anarchica istruita di Malatesta e Proudhon, non il caos ignorante degli epigoni contemporanei.

Dopo 50 anni resta davvero poco di quel sogno. Restano, al potere, quelli che hanno approfittato delle illusioni dei ragazzi di allora per far carriera e distruggere tutto. Distruggere l’utopia, distruggere ciò che doveva essere salvato delle esperienze precedenti, non costruire alcunché. In ogni settore della società incivile.


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