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Il reddito di cittadinanza, che tante polemiche ha suscitato, sarà probabilmente molto diverso rispetto alle descrizioni che fanno i media di servizio, senza avere la benché minima idea di come sarà strutturato.

L’aspetto più indecente è che il progetto, per com’è stato ideato, funzionerebbe benissimo in qualsiasi Paese europeo, e non solo europeo.

Ma i dubbi sul funzionamento in Italia sono legittimi, non perché il progetto sia sbagliato, ma perché sono sbagliati gli italiani.

Soldi a chi è senza lavoro per garantire una vita decente. Cosa c’è di male? Nulla, in teoria. Ma con gli italioti scatta subito il pensiero deviato: incassiamo i soldi e lavoriamo in nero. Fantastico.

Si pensa a riduzioni del sussidio per i giovani che vivono con mammà e papà? Nessun problema: si affitta, pro forma, un loculo a 200 euro al mese e si incassa il resto della cifra pur continuando a vivere in famiglia.

Ma anche sul fronte dell’organizzazione delle iniziative legate al reddito pare che il governo abbia voluto ignorare la realtà. Chi sarà in grado di organizzare corsi di formazione veri ed utili per milioni di senza lavoro, nell’arco di 5 o 6 mesi? E quali saranno i grandi Comuni in grado di organizzare lavori socialmente utili per decine di migliaia di persone sempre in questi pochi mesi?

Ovviamente nessuno si illude che nel 2019 i centri per l’impiego possano trasformarsi da carrozzoni inutili in strutture efficienti ed efficaci.

Di Maio, forse consapevole che l’Italia è il Paese dei furbetti, ha minacciato la galera per chi approfitterà della situazione. Peccato che si sia dimenticato di avere a che fare con la magistratura che scarcera scafisti e spacciatori perché agiscono “per necessità”. La stessa “necessità” che giustificherà i furbetti del reddito di cittadinanza.

E quali saranno i lavori che dovranno accettare i cittadini che ricevono il sussidio? Nei Paesi nordici dove si è copiato il provvedimento il lavoro offerto, e che si è obbligati ad accettare, prevede che sia in linea con le attività precedenti e con un salario pari almeno all’80% di quello precedente. E chi esce dalla scuola riceve proposte sulla base del titolo di studio. Insomma, un medico disoccupato non dovrà fare il cassiere al supermercato e un infermiere non sarà riconvertito come operaio.

Ma in Italia? Quali sono i lavori prospettati? Con quale retribuzione? E se dopo un mese il neolavoratore si licenzia, il gioco ricomincia da capo?

Quanto al sistema di pagamento del sussidio, l’idea di base è sacrosanta. Il disoccupato riceve soldi pubblici pagati dagli italiani e con quella cifra deve affrontare spese che favoriscano il mercato interno. Se i soldi rappresentano una garanzia per la sopravvivenza, non può spenderli alle slot machine o per una cena a Parigi.

Ma i controlli? In Italia non basta il buon senso, e la giustizia non aiuta certo a migliorare la moralità del Paese.


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