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D’accordo, il giornalismo italiano più che scivolare su una china, sta precipitando e il crollo delle vendite è la migliore dimostrazione di quanto venga ormai valutata la qualità dell’informazione.

In questi giorni, però, stiamo assistendo alla sagra della banalità e dell’ignoranza politica che si concretizza in titoli assurdi sulle prime pagine dei quotidiani e nelle aperture dei Tg.

Rottura nel governo”, “liti nella maggioranza”, “l’asse gialloverde non regge”.

Che si tratti di un auspicio è accettabile. Ma che venga spacciata per informazione, proprio no.

Forse si tratta di giovani giornalisti che non hanno vissuto l’era del pentapartito, dei due forni craxiani, dei governi balneari, delle convergenze parallele. Beati loro, ma un briciolo di studio del passato avrebbero dovuto e potuto farlo prima di propinare idiozie come se piovesse.

Il pentapartito o il tripartito, o qualunque altra formula analoga, prevedeva che i diversi schieramenti si accordassero su alcuni punti, conservando le differenze di analisi e di giudizio che caratterizzavano ogni formazione politica e, per quanto riguarda la Dc, anche ogni corrente interna. Fanfani e Forlani potevano scontrarsi tra loro più di quanto facessero con La Malfa o con Malagodi, ma poi governavano tutti insieme. E se anche si arrivava ad una crisi di governo, poi erano sempre gli stessi che si mettevano insieme per farne uno nuovo.

Non dovrebbe essere troppo difficile da capire. Così come dovrebbe essere evidente che Lega e Movimento 5 Stelle hanno punti in comune ma anche profonde differenze. In caso contrario avrebbero dato vita ad un partito unico. Chi ha votato Lega era probabilmente più vicino al ministro Fontana, chi ha scelto 5 Stelle magari preferiva Fico a Di Maio. Poi, però, entrambi gli schieramenti non hanno avuto i numeri per governare da soli e sono stati costretti ad accordarsi. Ma le sensibilità rimangono differenti ed inevitabilmente emergono.

Però, per il dispiacere dei grandi media di servizio, i sondaggi premiano proprio questa alleanza. Che prosegue, tra alti e bassi, tra differenti valutazioni. Nonostante il catastrofismo dei media, indignati per il voto del “popolo bue, analfabeta di ritorno, ignorante funzionale”.

Peccato che sia lo stesso popolo di grandi intellettuali che aveva dato al Pd il 40%. Poi deve essersi registrata una regressione cerebrale contagiosa e il Pd si è più che dimezzato.

E non basteranno i titoli ad effetto per restituire a Renzi e Serracchiani il consenso perduto. Anche se Lega e Movimento 5 Stelle non hanno i media a disposizione per replicare (colpa loro, ma è un altro discorso).


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