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Ogni tanto è interessante andare a rileggere le dichiarazioni di politici e sindacalisti, esternazioni che non risalgono a secoli prima ma soltanto a due o tre anni orsono. Così si scopre una trionfante Susanna Camusso, leader della Cgil, che annuncia di aver raggiunto un accordo che tutela il potere d’acquisto dei salari dei lavoratori.

Li ha tutelati così bene che ora proprio uno studio della Cgil dimostra come il potere d’acquisto si sia ridotto, in Italia, di oltre mille euro tra il 2010 ed il 2017.

Strano, perché ad ascoltare le autocelebrazioni del bugiardissimo parrebbe che negli anni del suo governo gli italiani abbiano goduto di un periodo d’oro, di arricchimento costante. E lo stesso concetto viene ribadito in continuazione dagli esponenti del Pd intervistati nei tg e nei talk show senza un briciolo di contraddittorio.

Già, ma c’era la crisi globale. Quella crisi che ha portato il salario medio tedesco a passare, sempre tra il 2010 ed il 2017, da 35.600 euro a 39.400. Strano, in Germania è aumentato. Però in Francia si è passati da 35.700 a 37.600: che coincidenza, è cresciuto anche da loro. In Italia si è invece scesi da 30.200 a 29.200. Lordi, sia chiaro. Perché se i lavoratori italiani guadagnassero tutti quei soldi, chissà come li sprecherebbero.

Ma la Fondazione Di Vittorio, il think tank della Cgil che ha realizzato la ricerca, evidenzia un altro aspetto che va oltre la consueta taccagneria dei predatori italiani. Perché la riduzione del potere d’acquisto è stata accompagnata dal taglio delle figure professionali qualificate mentre sono aumentati i lavoratori non qualificati. Il brillante risultato di aver imposto l’arrivo dei nuovi schiavi privi di competenze professionali ma disposti a lavorare per salari da fame e con diritti sempre più ridotti.

Dunque predatori non solo taccagni ma anche profondamente stupidi, privi di qualsiasi lungimiranza, di una strategia di medio periodo (il lungo periodo non si sa neanche cosa sia). Convinti di poter crescere grazie allo sfruttamento, alla precarietà, per poi lamentarsi se l’economia (cioè loro stessi) non riparte, se la produttività garantita dagli schiavi è inferiore a quella assicurata da dipendenti specializzati.

Il presidente dell’Api di Torino si dichiara disgustato dal comportamento del governo. Forse i lavoratori sono disgustati dal comportamento di chi taglia lavoro e retribuzioni.

I predatori, nei loro salotti, continuano a sostenere che la via d’uscita sarebbe rappresentata da meno tasse per loro, meno controlli per loro, meno diritti per i lavoratori e nuovi arrivi di schiavi per aumentare la concorrenza. La ricetta di Calenda e Renzi, insomma.


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