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Potrebbe sembrare strana la decisione del Nodo di Gordio, uno dei più importanti think tank di politica internazionale, di dedicare il workshop annuale al tema del cibo, dell’alimentazione.

Ma, fortunatamente, non si tratta di un cedimento all’orgia gastronomica televisiva.

Perché il cibo è un fattore fondamentale di stabilità o di instabilità politica, in ogni parte del mondo.

È l’elemento scatenante di rivolte e di rivoluzioni, utilizzato dai vari centri internazionali di potere per manovrare le folle sottraendo il cibo o provocando abnormi aumenti di prezzo.

Dunque il convegno annuale del Nodo di Gordio, da giovedì a domenica a Montagnaga di Pinè (Trento), sarà l’occasione in cui potranno confrontarsi politici, universitari, economisti, diplomatici italiani e stranieri in quella che ormai viene definita come la “Cernobbio della geopolitica”.

In genere sfugge al grande pubblico, anche perché si cerca di non informarlo, che le grandi produzioni di alimenti base, a partire dal grano, fanno capo a poche multinazionali che stabiliscono prezzi e destinazioni del prodotto.

Prima ancora di discutere di sovranità monetaria sarebbe il caso di affrontare il tema della sovranità alimentare.
Ci sono interi Paesi devastati da colture intensive di un monoprodotto particolarmente richiesto in un determinato momento. E per coltivare si sradicano alberi, si impoverisce il suolo, si distrugge tutto. Poi quando il mercato cambia la domanda, indotta sempre dai medesimi gruppi, si abbandona tutto, si condannano le popolazioni alla povertà ed alla fame e ci si sposta a devastare altri territori.

Succede in Africa, succede il America Latina, succede in Asia. Nel silenzio pressoché generale perché le multinazionali che controllano il cibo, controllano anche l’informazione. Direttamente o attraverso il ricatto della pubblicità.
Poi, con i media controllati, organizzano campagne di stampa a favore dell’accoglienza delle popolazioni che loro hanno rovinato. Ma, ovviamente, le anime belle evitano di interrogarsi sulle cause di questi disastri sociali, ambientali, economici.

Tutti ad abbuffarsi di quinoa, ignorando le conseguenze dell’abbandono delle coltivazioni tradizionali andine per andare incontro al business.

Peccato che il business sia per pochi e le devastazioni per tutti. Male che vada i guru del politicamente corretto indosseranno un’altra maglietta colorata per solidarizzare con i contadini che hanno portato alla fame.

Ma non ci sono soltanto i problemi causati dalle mode e dai bobo di ogni parte del mondo. Esistono problemi di dumping sociale, esistono problemi di dazi e di concorrenza sleale, esistono problemi sanitari e di sicurezza alimentare.

Non è solo cultura, il cibo, contrariamente a quanto si sostiene nei bei discorsi ufficiali. È cultura laddove il cibo viene tutelato, laddove le tradizioni vengono rispettate e salvaguardate, laddove contadini, allevatori, pescatori non sono sfruttati. In caso contrario è solo business, e forse anche un’arma per guerre sempre più terribili.


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