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Meglio il cancro o una canna? L’Italia preferisce il cancro. E a preferirlo sono sia il legislatore sia gli agricoltori.

Così si può continuare ad utilizzare senza problemi il glifosato in agricoltura, considerato un prodotto a forte rischio di cangerogenità, ma si creano montagne di problemi burocratici per la produzione di canapa benché possa essere utilizzata sia per l’industria – dal tessile-abbigliamento alle costruzioni – sia per uso terapeutico in medicina. Ma la consapevolezza di non essere in grado di contrastare eventuali abusi favorendo lo spaccio di hascisc frena la possibilità di estendere una coltivazione che ha sempre fatto parte del panorama agricolo italiano.

La stessa definizione “Canavese” per il territorio tra Torino e la Valle D’Aosta deriverebbe, secondo gli studiosi, dalla presenza di estese coltivazioni di canapa.
Che era diffusa anche a sud di Torino, nell’area di Carmagnola. Canapa che potrebbe essere coltivata con ottimi risultati nella zona del Delta del Po, parco naturale che vuole vietare pesticidi e glifosato in tutta l’area.

Ma gli agricoltori protestano

Per loro è più comodo continuare a versare veleni nei terreni, con rischio di cancro, pur di essere competitivi con l’agricoltura di Paesi come Canada o Stati Uniti dove le enormi distese di terreno permettono coltivazioni più facili e meno costose.

L’Italia potrebbe, e dovrebbe, rispondere con prodotti naturali, con produzioni diverse e di qualità

Invece la rincorsa è sui costi di prodotti globalizzati, identici in tutto il mondo. Così si utilizzano veleni, così si ricorre al lavoro nero di migranti da schiavizzare. Ignorando le conseguenze sociali e sulla salute. Ma il rischio che una pianta di canapa possa avere un utilizzo illegale spaventa il legislatore. Meglio morire di cancro.


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