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Quando i rivoluzionari russi attaccarono, ed occuparono, il Palazzo d’Inverno a Pietrogrado sapevano di colpire un simbolo dei loro oppressori.

Anche se la famiglia dello Zar aveva da tempo preferito altre residenze, il Palazzo rappresentava il nemico zarista prima e il governo borghese di Kerenskij dopo. E in precedenza la rivoluzione francese aveva colpito il re e l’aristocrazia in quanto “nemici” del Terzo Stato.

In Italia, invece, i pastori sardi che hanno tutte le ragioni per protestare si dedicano a blocchi stradali ed alla distruzione del proprio latte invece di prendersela con i propri “nemici”, cioè le aziende che pagano il latte una miseria insufficiente per coprire i costi di produzione. Preferiscono penalizzare gli automobilisti sardi, minacciando di marciare su Roma, invece di dirigersi a Bruxelles per assaltare gli uffici dei responsabili della mancata tutela del pecorino sardo dalla concorrenza sleale di altri Paesi europei.

D’altronde anche i teppisti dei centri sociali torinesi, per protestare contro lo sgombero di un edificio occupato e contro alcuni arresti, si guardano bene dall’assaltare il Palazzo di giustizia ma preferiscono aggredire gli innocenti passeggeri di un autobus del trasporto pubblico. Non le auto di lusso dei compagni radical chic della collina, ma il mezzo di trasporto dei lavoratori più deboli della periferia.

In fondo l’atteggiamento dei centri sociali è comprensibile: non hanno i numeri per una rivolta (neanche a parlare di rivoluzione), per assaltare una caserma. Dunque meglio devastare un autobus puntando su blande condanne della magistratura e su interventi morbidi delle forze dell’ordine.

Meno comprensibile l’atteggiamento dei pastori sardi. Che hanno scelto il momento giusto per la protesta, visto che l’Isola andrà al voto per le regionali tra pochi giorni. Ma non hanno toccato né la controparte rappresentata dalle industrie nè, tantomeno, le istituzioni europee che sono le prime responsabili della situazione. Tutti a capo chino di fronte a Bruxelles, come il generale italiano che si è inchinato davanti a Juncker, disonorando la divisa.

Non è un destino inevitabile. I gilet jaunes sapevano benissimo che il loro nemico è la gauche caviar parigina. Dunque hanno portato lo scontro a Parigi, per colpire l’avversario sul terreno di casa.

In Italia, invece, di fronte ad un aumento della bolletta elettrica, qualcuno la prossima volta bloccherà una partita di calcio mentre gli aeroportuali verranno attaccati in caso di un rigore non concesso allo stadio.


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