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Nei programmi elettorali – utili un tempo per incartare il pesce ma oggi, pubblicati online, non servono neppure a quello – era stato ipotizzato un reddito di cittadinanza collegato alla disponibilità di passare attraverso i centri per l’impiego con l’obiettivo di trovare un lavoro.

Perché, al di là del reddito garantito, gli ex uffici di collocamento trasformati appunto in centri per l’impiego servono proprio a questo scopo.

E, in effetti, in Francia e Germania più del 20% di chi si rivolge a queste strutture trova una nuova occupazione ed una nuova fonte di reddito. Ma in Italia? In Italia funzionano benissimo e garantiscono 8 mila posti di lavoro. A chi? Ai dipendenti dei centri dell’impiego.

Posti di lavoro, più che occupazione. Perché se si valuta la produttività diventa difficile definire “lavoro” il tempo sprecato dai dipendenti. La media di collocamento dei disoccupati che si presentano ai centri è di ben 4 persone a cui è stato trovato un nuovo impiego. Quattro al giorno? Alla settimana? Al mese? No, 4 all’anno, con una percentuale di collocamento che arriva a mala pena al 3%, dunque un settimo rispetto a Francia e Germania.

Il tutto per un costo di 600 milioni di euro all’anno. Soldi pubblici, soldi delle tasse estorte agli italiani. Non si può dire che si tratti di un grande risultato.

Ma al di là della facile ironia sull’efficienza degli 8 mila dipendenti, il problema del lavoro in Italia è strutturale, non congiunturale. Lavori sempre meno qualificati e sempre meno retribuiti. Che non rappresentano un volano per far rilanciare il Paese ma, nella migliore delle ipotesi, una precaria forma di sopravvivenza per un crescente numero di individui.

È da qui che nasce anche il contenzioso tra le aziende che distribuiscono cibo ed i fattorini che lo trasportano in bicicletta (i riders). Le aziende fingono di meravigliarsi per le richieste di assunzione che provengono dai fattorini. Sostengono, le aziende, che si tratta di quei lavoretti che, per generazioni, i ragazzi hanno fatto per mantenersi agli studi o per permettersi divertimenti in più rispetto a quelli consentiti dai soldi di papà. È vero, ma solo in parte, perché i “lavoretti” erano pagati molto di più, che si trattasse di fare i bagnini d’estate al mare, i camerieri al bar o al ristorante, gli aiutanti del falegname o del barbiere.
Inoltre quelle che erano occupazioni saltuarie in attesa di un diploma, di una laurea e dell’immancabile proposta di un lavoro “vero”, si sono trasformate nell’unica opportunità di sostentamento per chi ha smesso da tempo di essere un ragazzo o una ragazza.

Che si tratti di un call center o di una società di delivery, rappresenta una forma di lavoro precario ma senza alternative. Ed i pessimi risultati ottenuti dai centri per l’impiego sono la deprimente conferma.


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