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Milano, la città più dinamica d’Italia. Dinamica indubbiamente, ma perché d’Italia? Cosa ha conservato di milanese, di lombardo, di italiano?

Ormai persino la lingua è un orrendo miscuglio di italiano base e di inglese commerciale trasferito nella quotidianità in nome dell’omogeneizzazione e della banalizzazione della parola.

Non è un rimpianto dei bei tempi antichi, del “si stava meglio quando si stava peggio”. Però il Duomo, al di là degli aspetti prettamente religiosi, aveva un preciso significato culturale attraverso l’architettura.

Il Duomo, come le cattedrali francesi, era un simbolo di una cultura europea. Oggi il simbolo di Milano è diventato il grattacielo di UniCredit.

Sicuramente molto più affascinante dei due scatoloni realizzati a Torino da Piano e Fuffas, ma le tre costruzioni potrebbero sorgere a Sidney come a New York, a Città del Capo o a Shanghai. Nessun genius loci, nessun riferimento alla storia locale, alle tradizioni, alla cultura. Non sono grattacieli milanesi o torinesi, sono molto più banalmente costruzioni realizzate, per caso, a Milano e Torino.

Vedevi la Mole e pensavi a Torino, il Duomo voleva dire Milano, piazza della Signoria non poteva che essere Firenze e piazza San Marco era Venezia, il Maschio Angioino individuava Napoli. Ora i grattacieli sono intercambiabili, non significano nulla, non rappresentano nulla se non una oscena globalizzazione costosa e priva di anima.

D’altronde l’anima è stata messa in vendita, come le tradizioni e la cultura: tutto in nome del business. Se non distruggiamo le città, come possono lavorare i demolitori?

Poi, però, arrivano i fastidiosi dati dell’Università La Sapienza e del quotidiano Italia Oggi. E si scopre, anche se era già chiaro a tutti, che le città dove si vive meglio non sono Milano, Torino, Roma, Napoli. E neppure Firenze e Venezia.
Sono i piccoli centri, le piccole realtà dove si rischia persino di conoscere il vicino di casa, dove i vigili urbani non servono solo per far cassa ma anche per difendere i cittadini, dove tra interventi edilizi criminali (gli speculatori e gli idioti sono ovunque) si tenta di salvaguardare l’anima e le radici.

Così la città più dinamica d’Italia è cinquantacinquesima tra i capoluoghi di provincia per la qualità della vita. Perché per vivere bene non basta correre come matti in nome degli affari. A cosa serve essere dinamici e aperti al mondo se poi la vita è uno schifo? E Torino è ancora più indietro, così come Napoli e Roma. Ma precipitano anche Venezia e Firenze.

Non è stato un grande affare affidare la Serenissima ad un imprenditore, non è stata una grande idea lasciar rovinare Firenze da un sindaco che sogna di cancellare i capolavori del Rinascimemto sostituendoli con sculture orrende e con installazioni politicamente corrette.

Ma, in fondo, proprio su queste colonne un montanaro come Mariano Allocco aveva sottolineato come le Terre Alte potevano anche avere problemi di povertà, ma la disperazione vera era nelle grandi città. Dove vivere diventa sempre più difficile.


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