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Greta Thunberg, la giovane ambientalista svedese, è diventata un mito per i media campioni di ipocrisia.

Tutti impegnati a battere le mani ad ogni intervento della ragazzina contro un sistema corrotto ed inquinatore e, subito dopo, tutti zerbinati di fronte agli stessi oligarchi che inquinano in nome dei diritti inalienabili degli azionisti. Ma, soprattutto, tutti pronti a chiudere gli occhi di fronte alle cause di un disastro ambientale globale.

Non occorre andare nelle città industriali della Cina, è sufficiente osservare la Pianura Padana. Un’aria che soffoca, un inquinamento che supera ogni giorno i limiti tollerabili. E per affrontare la situazione non si trova nulla di meglio del blocco della circolazione delle auto che determinano una quota irrisoria dei veleni atmosferici.

D’altronde ogni soluzione credibile dovrebbe passare dall’analisi della realtà: la Pianura Padana è sovrappopolata. Con una eccessiva concentrazione di abitanti nelle grandi città. Per garantire la sopravvivenza economica di queste persone si aumentano le produzioni industriali, aumentano i trasporti, aumenta il consumo per il riscaldamento invernale o per il raffreddamento estivo, aumentano i rifiuti.

Ma i predatori non rinunciano ad importare schiavi per abbassare il costo della manodopera, creando condizioni di povertà che provocano un ulteriore deterioramento delle condizioni di vita, comprese quelle ambientali. Si entusiasmano per Greta che combatte per la tutela della biodiversità però vogliono creare un uomo uguale in ogni parte del mondo, con desideri identici e consumi uniformi, cancellando ogni diversità. E vogliono cibo geneticamente modificato, uguale dappertutto per consumatori standard.

Però combattere l’inquinamento costa, e gli investimenti si riducono perché gli azionisti non possono accettare una diminuzione dei profitti. E costano gli interventi per la sicurezza, così aumentano le morti sul lavoro. E costano gli investimenti per innovare, per andare verso produzioni più compatibili con l’ambiente. Così si evitano, gli azionisti incassano e le imprese diventano meno competitive. Poi arriva Corrado Alberto, presidente dell’Api di Torino, a spiegare che se cala l’export italiano è colpa della mancata realizzazione della Tav tra Torino e Lione.

Esistono alternative? Ne esistono sempre. Però non sono a costo zero. Spalmare le attività su un territorio più vasto comporterebbe investimenti in infrastrutture. Per lavorare nelle borgate montane abbandonate servono servizi che vanno dalle reti ferroviarie e stradali alla possibilità di disporre di collegamenti internet che funzionino. Servono scuole di alta formazione, servono piccole aziende d’avanguardia e che inquinino sempre di meno. Serve una politica che impedisca ai predatori di favorire l’arrivo di nuovi schiavi che aumentano la popolazione urbana, serve una politica che impedisca il consumo di suolo per nuove iniziative imprenditoriali quando il territorio è disseminato di capannoni abbandonati.

Oppure serve un briciolo di coerenza e dignità per smettere di applaudire Greta quando, in realtà, si sostengono le tesi dei predatori e degli speculatori.


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