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Gli architetti si riuniscono a Torino e sparano ad alzo zero contro la totale mancanza di visione e di prospettiva dell’amministrazione pentastellata.

Con un confronto impietoso con una Milano in piena crescita. Critiche sacrosante, certo, ma che sembrano formulate da professionisti arrivati da Marte o almeno da Milano, senza essere mai stati prima a Torino.

Perché se avessero visitato la città, in cui magari vivono, si sarebbero accorti che proprio gli architetti hanno progettato e fatto realizzare interi quartieri-spazzatura. Non soltanto le orrende costruzioni destinate agli immigrati del Sud Italia arrivati negli Anni 60, ma anche gli squallidi palazzi nati sulle macerie delle fabbriche abbandonate subito a ridosso del centro cittadino.

Colpa del Movimento 5 Stelle che ancora non era nato? Colpa del Pd e delle liste civiche che guidavano la città? O, più semplicemente, colpa degli architetti e dei palazzinari che pensavano solo a spendere di meno e guadagnare di più?

Non è un caso che alcuni di questi costruttori siano ora impegnati a sostenere il nuovo tentativo di creare finte liste civiche per tornare a spartirsi Torino. Le mani sulla città del Sistema Torino.

Nelle analisi degli architetti non mancano spunti interessanti e consigli anche utili. Come non mancano le polemiche assurde sulla mancanza di investimenti pubblici, dimenticando le voragini di bilancio ereditate dalle passate amministrazioni che impediscono grandi interventi.

Servirebbero interventi dei privati e gli architetti sono obbligati ad ammettere che i prenditori subalpini sono famosi per il “braccino corto”. Taccagni, insomma. Pronti ad investire, ma solo con i soldi pubblici. Il mecenatismo non fa parte del Dna di un ceto possidente che usa i suoi chierici nei giornali per auto incensarsi anche quando depreda la città.

I Savoia, che certo non erano una dinastia di spiccata generosità, hanno lasciato a Torino castelli e palazzi di pregio, il liberty ha colmato di fascino alcuni quartieri, il razionalismo ha coniugato bellezza e modernità. Poi sono arrivati questi ceti possidenti e questi architetti ed il disastro è sotto gli occhi di tutti.

Un briciolo di autocritica non farebbe male. Invece si prosegue con la solita arroganza, chiedendo anche di togliere la Mole Antonelliana come simbolo della città quando si presenta all’estero. Per sostituirla, magari, con i banali scatoloni delle archistar, che non hanno nulla di caratteristico, che non rappresentano l’anima della città. O magari con le squallide palazzine realizzate per le Olimpiadi invernali del 2006.

La banalità degli architetti come simbolo di una città rassegnata al declino.


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