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Probabilmente dal parrucchiere non hanno trovato riviste di storia, dopo aver evitato di informarsi sugli aspetti tecnici della Tav.

E a scuola avranno probabilmente anticipato i provvedimenti contro la Storia del ministro Bussetti.

Così le madamine torinesi sono sbarcate a Genova per una nuova manifestazione oceanica a favore delle infrastrutture e si sono ritrovate con quattro levre de cuppi (i gatti nella definizione di De Andrè).

Non sapevano, le madamine, che tra Torino e Genova non è mai sbocciato l’amore. Non sapevano che non basta prendere l’aperitivo a Santa (Margherita) o in piazzetta, a Portofino, per essere considerate liguri ad honorem.

O forse non sapevano che senza la macchina organizzativa del madaMino Giachino le folle sono difficili da radunare.

Il Secolo XIX, scuderia De Benedetti-Elkann come Stampa e Repubblica e dunque strenuo sostenitore delle madamine, assicura che si sono ritrovati ben in 150. Non 150mila, proprio 150. Con i rappresentanti del Pd e un parlamentare di Forza botulino (sempre più in sintonia i due partiti), con il sostegno delle categorie dei prenditori, con qualche sindaco.

In pratica più sigle che persone.

Un disastro che dovrebbe far riflettere. Non soltanto le madamine in attesa di un assessorato regionale al dress code, ma anche le persone che sostengono, giustamente, le infrastrutture da realizzare e da ammodernare. Dovrebbero riflettere sulle cattive compagnie che danneggiano l’immagine anche di quelle opere davvero indispensabili. Dovrebbero riflettere sulla loro stessa credibilità.

Perché Boccia e Confindustria possono assicurare che le grandi opere porteranno 300-400mila posti di lavoro, ma se la manodopera è composta dagli schiavi fatti arrivare dall’estero, è evidente che ai lavoratori italiani non frega assolutamente nulla. E se i prenditori non alzano le retribuzioni e garantiscono una occupazione stabile, non troveranno i lavoratori schierati dalla loro parte.

Quanto alle madamine, la prossima volta studieranno un po’ di storia, sul Bignami ovviamente per non sciuparsi troppo, e penseranno ad un dress code più adatto alla realtà genovese.

Perché, come spiegava una di loro, quando si va ad una festa bisogna avere l’abito giusto. Ieri a Genova era indicato qualcosa che ricordasse la disperazione. La prossima volta vestiranno alla marinara.


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