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I 60 milioni di ingegneri italiani, pronti oggi a ritrasformarsi in 60 milioni di allenatori di calcio lasciandosi alle spalle la tragedia genovese, non hanno avuto il tempo di diventare 60 milioni di ambasciatori o di ministri degli Esteri.

Eppure la situazione della Turchia avrebbe potuto essere una palestra interessante per aspiranti esperti di geopolitica. Perché il gioco imposto da Trump e dagli Stati Uniti rischia di diventare complicato e pericoloso.

Già il tentativo di colpo di Stato contro Erdogan appare sempre più come una iniziativa mal orchestrata in terra americana dalla passata amministrazione.

Mentre i dazi imposti da Trump segnalano che Washington vorrebbe liberarsi dell’ingombrante alleato. Non della Turchia, ma di Erdogan.

Un atteggiamento ricorrente nella storia della politica americana, tra omicidi e semplici defenestrazioni. Peccato che i risultati siano spesso stati disastrosi, basti pensare al Vietnam.

Il golpe contro Erdogan è fallito e, dunque, ora si ricorre ad una guerra commerciale per indebolire il leader turco e favorire il successo di una opposizione agli ordini di Washington.
Una situazione non facile per Ankara che sta pagando la sua posizione ondivaga.

Giocare su più tavoli contemporaneamente non è facile. Servono dunque abilità ma anche una forza da grande potenza che la Turchia non ha. Erdogan ha risposto a Trump minacciando di scegliersi altri amici. Russia, Cina, India. Ma anche l’Unione europea e le telefonate con Merkel e Macron sono una dimostrazione evidente dell’interesse reciproco. Ma anche l’assenza dell’Italia in questa partita, sulla linea della nullità alfaniana e gentiloniana, è emblematica.
L’Europa è alle prese con il tentativo di disgregazione messo in atto da Trump ma deve anche fronteggiare dazi e sanzioni americane. L’Italia è stata pesantemente penalizzata dalle sanzioni obbligate contro la Russia e sarà ancor più danneggiata da quelle contro l’Iran. E non possiamo barattarle con la speranza di dazi americani meno severi sul prosciutto in cambio del via libera ai prodotti alimentari zeppi di ormoni e pesticidi che gli Usa vogliono rifilarci.

Ma la politica commerciale aggressiva di Washington sta portando a nuove alleanze. Ankara guarda con interesse all’Iran, alla Russia, alla Cina. E potrebbe aumentare gli scambi commerciali con l’Europa che non vuole rinunciare alle commesse iraniane. Senza dimenticare che la Turchia fa parte della Nato e questo complica tutto sul fronte delle alleanze.

Per ora Erdogan sembra volersi limitare ad un po’ di scena, senza un reale desiderio di arrivare ad una rottura con gli Stati Uniti. Se però l’aggressione commerciale dovesse proseguire, il leader turco avrebbe come unica opportunità quella di sparigliare. Scegliendo davvero nuovi alleati. Con grandi opportunità per l’Europa di riconquistare un ruolo strategico determinante.

Peccato che Moavero non si sia accorto che la Turchia è protagonista su quel mar Mediterraneo che ci vede troppo assenti.


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