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Non sapendo fare il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia ha deciso di trasformarsi in presidente del consiglio.

E ha ordinato a Conte di pretendere da Di Maio e Salvini un taglio di due miliardi ciascuno per le misure richieste come simbolo.

Conte dovrebbe poi comunicare urbi et orbi il nome di chi dei due dovesse rifiutarsi. Perché, spiega il presidente che ha reso Confindustria totalmente irrilevante, con quattro miliardi di tagli la manovra accontenterebbe gli avvoltoi di Bruxelles.

Però, in nome della trasparenza pretesa dagli altri, potrebbe essere Boccia a fare il primo passo. Magari fornendo l’elenco di tutte le aziende che hanno aumentato gli utili ma hanno ridotto il numero dei dipendenti. O di quelle che hanno aumentato gli utili ma non gli investimenti perché, secondo Boccia, gli investimenti si fanno con i soldi pubblici. E ancora l’elenco delle aziende che hanno delocalizzato (non quelle che hanno internazionalizzato, è tutt’altra cosa), e di quelle che hanno una percentuale elevata di lavoratori a tempo determinato rispetto a quelli non precari.

Potrebbe anche fornire l’elenco dei prenditori che blaterano di infrastrutture indispensabili per l’export ma non hanno mai venduto un bullone oltre la cinta daziaria.

No, sarebbe troppo lungo. Perché solo una minoranza degli imprenditori e dei prenditori italiani ha una quota rilevante di esportazioni. Non è un male, ovviamente, purché si sia coerenti.

Perché chi non è interessato all’export dovrebbe puntare alla crescita del mercato interno, fregandosene dei diktat di Boccia. Dovrebbe pensare ai tagli delle tasse, al miglioramento delle condizioni di vita e del potere d’acquisto dei propri lavoratori invece di scapicollarsi per reggere la coda ai vertici delle categorie.

Nei mesi scorsi Antonello Marzolla, segretario generale Usarci e consigliere Enasarco, aveva proposto di investire i fondi dei vari Ordini e categorie per realizzare infrastrutture. Dimostrando di credere nei progetti, nelle grandi opere che sono redditizie se gestite bene. Un appello caduto nel vuoto perché i prenditori incassano ma non investono.

Meri centri di potere scollegati dalla realtà.

Così, grazie a congiure di palazzo e giochi per nulla trasparenti, ai vertici dell’associazione nazionale dei commercianti potrebbe arrivare il banchiere Fabrizio Palenzona, grande manovratore sin dalla prima repubblica.

Così, tanto per chiarire che il governo del cambiamento non ha cambiato proprio nulla nei veri centri di potere. E mentre il Sistema si autotutela, i giallo verdi procedono con nomine imbarazzanti a livello nazionale e locale.

È su questo fronte che Di Maio e Salvini sono perdenti, attorniati da personaggi di modeste qualità che non sono in grado di fronteggiare le manovre del Sistema precedente.

Salvini incassa il plauso per le retate anti mafia ma nulla può, con la squadra che si ritrova, per contrastare i reali poteri forti del Paese, quelli che galleggiano comunque. Quelli che ora hanno messo sotto tiro Di Maio padre e figlio per arrivare ad una crisi di governo e ad un nuovo esecutivo con Fico, i pentastellati, il Pd e l’appoggio di Forza botulino, ma per spirito di servizio ovviamente.


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