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Cupio dissolvi. Se conoscesse il latino, il ministro Toninelli saprebbe qual è il problema che lo rovina.

E se non sognasse di autodistruggersi non avrebbe presentato un documento sulla Tav che rappresenta un assist perfetto per chi, al contrario, vuole realizzare l’opera. Un autogol clamoroso, e forse questo gli è più chiaro, che neanche Comunardo Niccolai si sarebbe sognato.

Considerare come costi i mancati pedaggi dei Tir o la riduzione dei consumi di gasolio è una scemenza assoluta. E fornisce un alibi perfetto a predatori e inquinatori alla disperata ricerca di commesse pubbliche per ovviare alla propria incapacità di fare impresa sul mercato.

Ha ragione Federico Fornaro, parlamentare di LeU, quando fa notare che in tutte le grandi nazioni è in atto il trasferimento del traffico merci dalla gomma alla rotaia per ridurre l’inquinamento e tutelare l’ambiente. Magari non proprio in tutte, ma la tendenza è comunque evidente.

Se avesse davvero voluto contrastare l’opera, Toninelli avrebbe potuto e dovuto mettere in risalto le contraddizioni su questo punto. Le altre nazioni trasferiscono le merci su rotaia ma tutte le categorie di imprenditori che vogliono la Torino Lione non fanno viaggiare un solo treno merci tra Torino e Salerno, passando per Milano, Roma e Napoli, sull’alta velocità che esiste da tanti anni.

Avrebbe potuto e dovuto chiedere un impegno a rinunciare ai Tir tra Torino e la Francia dal momento della realizzazione del collegamento con Lione. Avrebbe potuto e dovuto chiedere la nazionalità ed il livello di retribuzione dei 50 mila addetti che verrebbero impiegati per realizzare l’opera.

E a quel punto, ma solo a quel punto, avrebbe potuto e dovuto valutare costi e benefici. Non transiteranno più Tir? È un beneficio. I lavoratori impegnati saranno italiani? Un altro beneficio. Manca un impegno dei predatori sulla rinuncia ai Tir o sulla manodopera utilizzata? I benefici si riducono o svaniscono.

Ma una farsa come quella delle accise sul gasolio, proprio no. Poteva e doveva evitarsela.


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