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Confindustria, con il suo presidente Vincenzo Boccia, intima al governo di passare dalla campagna elettorale ai fatti, perché le aziende hanno bisogno di interventi concreti e non di slogan. Ne hanno bisogno, ma questo Boccia si dimentica di dirlo, soprattutto perché i governi che piacevano al presidente di Confindustria, quelli di Renzi e Gentiloni, hanno fatto davvero poco per le imprese, al di là di leggi per favorire lo sfruttamento e la precarietà.

Non si è sentita così forte e chiara la voce di Boccia quando i governi dei suoi amici ritardavano sempre di più i pagamenti alle aziende che avevano lavorato per la Pubblica amministrazione; non si è sentita così forte la voce di Boccia quando i governi non tutelavano il Made in Italy dai tarocchi in giro per il mondo.

Adesso, però, Boccia parla, e a voce alta. Forse perché deve cercare di trovare un ruolo ad una confederazione che conta sempre meno, che si giustifica solo grazie al falso contrasto con i sindacati, a loro volta legittimati dall’esistenza di Confindustria. Due zoppi che si sorreggono a vicenda.

Ormai i servizi offerti dall’associazione imprenditoriale sono facilmente ottenibili da qualsiasi singola azienda, comprese quelle piccole. Avvocato, commercialista, consulente del lavoro hanno tariffe inferiori ai costi di un’associazione che è ormai rappresentata dalle terze linee degli industriali e, di conseguenza, ha scarso peso politico. Non ci sono più, ai vertici, gli Agnelli, i Pirelli, i Costa, i Volpi di Misurata, i Pininfarina. Sono arrivati i Marcegaglia, i Montezemolo, i Boccia, i D’Amato. Non è proprio la stessa cosa. Nessuno ricorda neanche quale attività industriale svolgessero. Più facile ricordare gli errori.

La crisi di Confindustria è la crisi della classe dirigente di questo Paese allo sbando. Un’Italia che, generazione dopo generazione, vede peggiorare la qualità di quella che si illude di essere ancora un’élite ma che, ormai, è solo autoreferenziale ma completamente priva di idee, di slanci, di coraggio. E allora, per sviare l’attenzione dai problemi interni, non resta che scagliarsi contro i politici, sapendo di poter contare sul sostegno dei grandi giornali controllati dalle grandi imprese.

Un sostegno alla cui utilità credono solo i giornalisti, nella completa indifferenza non degli elettori, che non interessano agli industriali, ma del popolo consumatore e lavoratore. E potrebbe essere un problema.


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