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Dopo Campione, anche per St. Vincent potrebbe arrivare l’ora della chiusura del Casino. I giudici di Aosta decideranno il 5 dicembre dopo aver già respinto l’ipotesi di concordato preventivo.

Una richiesta che verrà ripresentata dopo una rapida approvazione del bilancio 2017.

Ma al di là dei tecnicismi, è chiaro che l’unica soluzione seria sarebbe un fallimento decretato dal tribunale. In modo da metter fine ad una agonia senza speranza. Un malato terminale, il Casino, ed è arrivato il momento di staccare la spina.

Il problema è che la giunta regionale è paralizzata da veti e controveti, da spaccature trasversali nei troppi partiti autonomisti pronti a scindersi ulteriormente. Un partito per ogni elettore.

E il vento del rinnovamento, in Valle, si è consumato nell’incapacità di comunicare, di spiegare. Un vento che soffiava da Milano, da Roma per spazzar via antiche incrostazioni ma che si è esaurito per mancanza di condivisione.

Ed ora bisogna affrontare il badò del Casino. Chiudere significherebbe dover provvedere a ricollocare 500 persone in una regione con 130mila abitanti. Mica facile. Ma tenere aperta una casa da gioco in queste condizioni significa penalizzare i settori sani sottraendo risorse per la crescita.

Con un’industria che, al di là della Cogne, ha un impatto minimo, con un’agricoltura in salute ma con notevoli possibilità di crescita ulteriore, con un turismo che funziona anche se non dappertutto.

Dove collocare gli eventuali esuberi del Casino? E cosa offrire a St. Vincent, ormai neppure lontana parente di quella cittadina vitale che ospitava il Disco per l’Estate e che, tra Casino e Terme, era definita la Riviera delle Alpi?

Certamente non si rilancia la Valle con una Saison Culturelle priva di idee e di slancio. Certamente non si rilancia St.Vincent con un’offerta termale per nulla entusiasmante ed incapace di competere con quella di Pré St. Didier.

Occorre superare la rassegnazione della banalità. E non servono immensi investimenti se si punta su progetti intelligenti, su iniziative che riportino la Valle al centro dell’attenzione nazionale ed internazionale.

Ma di fronte al rischio fallimento del Casino, anche i sindacati hanno avanzato le consuete richieste di immettere nuovi soldi pubblici per conservare posti di lavoro che sono ormai puro assistenzialismo.

Più facile chiedere soldi che farsi venire un’idea. Magari per trasformare finalmente la Valle in quel carrefour d’Europa sempre promesso e mai realizzato. Magari per farla diventare il polo della cultura alpina, per studi e ricerche sulla storia, sulle tradizioni, sui rapporti transfrontalieri.

La cultura paga, se fatta bene. La folla al forte di Bard ed il vuoto all’Area megalitica di St. Martin de Corléans (costata una fortuna) sono la rappresentazione più evidente della differenza tra lavorare bene e lasciar andare le cose come capita.


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