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Gli alpini si radunano a Trento, i centri sociali occupano una struttura ed espongono striscioni di protesta. Sì, proprio quei centri sociali che operano in quelle zone d’ombra che, secondo il ministro Minniti ed il suo entourage, non esistono.

La sfilata annuale degli alpini rappresenta, per tutte le città che la ospitano, un momento di festa per le popolazioni e di ricco business per le attività commerciali.

Indubbiamente Trento è in una situazione particolare. Perché terra “irredenta” e passata all’Italia con la vittoria del 1918. È normale che gli eredi di quella vittoria ricordino l’unica guerra vinta dall’Italia mentre il Paese preferisce festeggiare una sconfitta. Ed è anche normale che non siano entusiasti gli eredi di chi ha combattuto nelle fila dell’esercito imperiale. Qualcuno per scelta, molti perché obbligati. Nelle stesse famiglie capitava di aver fratelli che sparavano a fratelli. Ma sono trascorsi 100 anni e la sfilata degli alpini è quanto di più pacifico ci possa essere.

Non è una ostentazione di muscoli ma un momento di festa. Un momento per ritrovarsi tra gente di montagna che ha le Terre Alte come elemento di comunione e condivisione.
I centri sociali dovrebbero tranquillizzarsi. L’abolizione del servizio di leva e la assurda mancata scelta territoriale nella formazione dei battaglioni alpini porterà, progressivamente, all’annacquamento dello spirito di corpo. E le adunate diventeranno meno attraenti, meno partecipate. I ricordi di guerra già non ci sono più per ragioni anagrafiche, restano i ricordi delle tante operazioni di aiuti alle popolazioni, dai terremoti alle alluvioni. E resta la condivisione di notti nei rifugi, di camminate su sentieri impervi.

In fondo, lo racconta benissimo Marco Cimmino nei suoi libri, nelle battaglie della Grande Guerra si incontravano e si scontravano soldati che, nella vita civile, condividevano tutto. E gli alpini vedevano la fusione di montanari e di borghesi che amavano e conoscevano la montagna.

Dunque la sfilata di Trento non è da considerare un momento di offesa nei confronti di chi ha combattuto dall’altra parte, parlando la medesima lingua (il trentino, non l’italiano o il tedesco), ma semplicemente una festa del mondo delle Terre Alte.

Le Alpi uniscono, come si è visto proprio in Trentino lo scorso anno, quando al convegno “La speranza divampa” hanno partecipato anche gli sloveni. E non andrebbe dimenticato – da parte dei nazionalisti italiani e dei nostalgici del dominio viennese – che, prima delle sanzioni anglofrancesi contro l’Italia, era stata proprio l’Italia a mandare gli alpini al Brennero per tutelare l’indipendenza austriaca minacciata dall’invasione tedesca.


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