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Una giovane ragazza madre russa, Elis Gonn, racconta la sua odissea per ottenere il riconoscimento come rifugiata in Italia.

E, al netto della sua percezione personale, alcuni aspetti oggettivi offrono una immagine imbarazzante dell’iter da seguire per ottenere ciò che non spetterebbe. Con la complicità o l’indifferenza di troppi organismi italiani.

Elis, poco più che ventenne, è innamorata dell’Italia. L’immagine del nostro Paese, nel mondo, è molto diversa da quella che è la realtà. Lei vuol venire in Italia ma scopre che la disoccupazione da noi è un grave problema. E poi la ragazza è lesbica ma con una bambina piccola avuta da un donatore di seme. Fatti suoi, ma la situazione è più complicata per la presenza della piccola.

Dunque contatta un’agenzia del lavoro russa che le prospetta, ovviamente a pagamento, un finto contratto di lavoro in Polonia per facilitare l’ingresso in Italia dove, sempre ovviamente, lavorerà in nero. Poi, però, al momento di compilare i documenti l’agenzia scopre che la ragazza è lesbica: una manna dal cielo. Perché basterà dichiarare di essere stata sottoposta a inesistenti violenze e intimidazioni da parte delle autorità russe per poter ottenere lo status di rifugiata. Elis ammette ora che era tutto falso, e lo scrive anche all’ambasciata russa in Italia. Pronta a rispondere per le sue accuse.

Nel frattempo, però, è arrivata in Italia e, con la falsa storia inventata dall’agenzia, viene accolta e mantenuta a spese nostre benché lei avesse il denaro per affittarsi un alloggio.

La struttura non le piace, non è un Grand Hotel e d’altronde non ci sono neppure ragioni perché lo sia. Poi viene “passata” ad una cooperativa che fa di tutto per impedirle di andarsene e di diventare indipendente. Ovvio che la cooperativa non voglia rinunciare ad un introito garantito.

Prova anche a denunciarla, avanzando dubbi sulla sanità mentale. “Ma in quanto lesbica – scrive la ragazza – sono intoccabile”. Quando finalmente si libera, decide di denunciare tutto.

Probabilmente l’unica a subire conseguenze sarà proprio lei. Perché gli organismi italiani hanno preso atto di dichiarazioni false e si sono regolate su questa base. Però la vicenda dimostra ampiamente che non ci sono controlli. È sufficiente dichiarare di essere vittime di discriminazione sessuale ed i soldi pubblici arrivano.

Se poi a discriminare è la Russia del cattivissimo Putin, il gioco è ancora più semplice.

Ma le dichiarazioni fasulle valgono per tutti. Su guerre inesistenti, su persecuzioni mai avvenute. Il business delle migrazioni diventa sempre più raffinato. Con la complicità dei buonisti che scambiano i propri incubi con la realtà.


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