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La trionfale manifestazione leghista di Pontida ha visto i giornali e le tv di servizio concentrarsi prevalentemente sulla questione delle Ong, sui porti da aprire e chiudere, sugli eventuali contrasti tra leghisti e pentastellati. Pochi hanno analizzato un altro aspetto delle dichiarazioni di Matteo Salvini, il riferimento ad un cartello elettorale populista in vista delle elezioni europee del prossimo anno.

Per una volta si può persino pensare che la generale disattenzione dei media su questo tema non sia stata dovuta alla consueta faziosità ma alla ancora più consueta e diffusa incapacità di comprendere le notizie.

Perché fare un po’ di battute sui personaggi folkloristici è semplice, anche fornire un’immagine di ferocia per i respingimenti è facile; ma conoscere la politica internazionale, anche solo quella europea, non è da tutti. Se poi occorrono anche analisi storico-politiche è evidente che sono pochi quelli che possono occuparsene.

Dunque Salvini ha ribaltato l’ennesimo tavolo e ha ipotizzato un accordo tra i movimenti populisti europei. Per sfidare l’Europa dei burocrati, degli speculatori, degli oligarchi (Salvini usa, sbagliando, il termine “élite”) e creare, finalmente, un’Europa dei popoli, di chi lavora, di chi studia. Delle persone vere, insomma.

Possono anche essere solo slogan per galvanizzare la folla. Ma se anche fosse così, il cambiamento sarebbe radicale. Non più l’Italia da sola, contro un progetto continentale, bensì l’Italia protagonista di questo mutamento e della costruzione di un’Europa più forte, più attenta ai cittadini e meno preoccupata dei banchieri.

In realtà non si tratta neppure di una rivoluzione nel pensiero leghista. Sarebbe stato sufficiente, anche in passato, ascoltare le parole di Mario Borghezio, non limitandosi a descriverne la gestualità, per capire che l’Europa non è mai stata un nemico della Lega.

“Questa” Europa è nemica, non l’Europa come prospettiva storica e culturale. D’altronde proprio Borghezio è stato il grande tessitore dei rapporti internazionali europei della Lega.

Magari da qui alla prossima primavera non succederà nulla, la federazione dei populisti non diventerà qualcosa di concreto. Ma il segnale è stato lanciato, ed è un segnale strategico, non solo tattico. Una nuova Europa è possibile, e può nascere in Italia.


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