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Il “modello Milano” va in crisi, distrutto dai disastri del governo degli Incapaci e dei loro seguaci locali. Ma nessuno guarda alle ricadute sui piccoli centri. Se ne occupano solo gli architetti, assicura uno dei tg nazionali di servizio, ed è un pericolo enorme, considerando come hanno sconciato l’Italia. Ma gli altri? Liberi professionisti, imprenditori costretti a chiudere l’attività nelle grandi città, artigiani. Perché fermarsi a Milano, Torino, Roma, Napoli?

Se ne occupano gli architetti e nei loro occhi compare il simbolo dell’euro che gira vorticosamente. Sognano di riempire di nuove orrende costruzioni l’intera Penisola. Colate di cemento in campagna, nei borghi antichi, sulle coste, nelle vallate alpine. Ma si accontenterebbero di restaurare, recuperare, riattare. Magari con quel tocco di creatività che trasforma in ciofeche anche i palazzi più belli. Tutti a vivere in piccoli paesi, il tg assicura che un paese di 5 mila abitanti offre le stesse opportunità di una grande città. Non è proprio così. Dipende dal sindaco, dagli assessori. Ma dipende anche dagli abitanti. Se il collegamento internet fa schifo, la colpa è del sindaco che ha preferito i soliti investimenti nell’edilizia. Ma se fa schifo la programmazione dell’unico cinema presente in un raggio di 30km, la responsabilità è del gestore. Se nei ristoranti si mangia male, non è colpa dei politici, se al bar sono scortesi non è perché l’ha ordinato Bergoglio.

Il problema è capire quali sono i piccoli paesi felici di accogliere professionisti, imprenditori, artigiani in fuga dalle città. Perché non tutti hanno voglia di confrontarsi con personaggi affermati, con un elevato livello culturale, con competenze in diversi settori. Scatta l’invidia, la gelosia, il risentimento. Come si permette il nuovo arrivato di far notare che la strada è sporca, che i parcheggi non ci sono, che le nuove costruzioni distruggono l’ambiente? E non importa se i nuovi arrivati possono favorire lo sviluppo del paese al di là degli immobili.

Ma le proteste ci sono anche in città. Se un ceto economicamente elevato abbandona i grandi centri urbani, chi si farà carico di far arricchire bar con prezzi assurdi per la pausa pranzo? Chi farà girare l’economia senza regole e senza basi? Chi manterrà legioni di persone che si sono inventate lavori del tutto inutili se non parassitari? Ufficialmente la lotta contro lo smartworking è motivata con nobili ragioni: la solitudine del lavoratore, la mancanza di socialità, l’inesistenza di scambi di opinioni con i colleghi. Peccato che l’unica ragione vera sia quella delle mancate spese nei locali del centro. Se si vuole la socialità si possono organizzare riunioni di lavoro nei bar della periferia, dove gli addetti possono ritrovarsi per lavorare insieme con un portatile.


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