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Se Napoleone avesse avuto a disposizione i media oggi al servizio di Giuseppe Conte, Waterloo sarebbe diventata una replica di Austerlitz. Indubbiamente la battaglia per il Recovery Fund non si è conclusa con una disfatta per l’Italia, ma bisogna essere ben bugiardi per sostenere che lo sconfitto è Rutte, per rimembrare il “cucchiaio” di Totti proprio contro l’Olanda.

I Paesi Sado hanno ottenuto colossali sgravi nelle quote che avrebbero dovuto pagare all’Europa. Soldi puliti, non prestiti da restituire.

L’Italia, al contrario, i soldi ottenuti in prestito dovrà restituirli. E dovrà anche pagare, pro quota, quelli ottenuti teoricamente a fondo perduto. Però va bene così, quei soldi servono subito. Peccato che arriveranno solo il prossimo anno. Ma con qualche magheggio contabile ci si arrangerà. Sino a qui, tutto bene.

Poi, però, iniziano i problemi. Più per il governo che per gli italiani. Perché, come è giusto che sia, l’utilizzo di questa montagna di soldi non è libero. L’Europa si è compattata, ma non per aumentare la spesa per il funzionamento del parlamento siciliano; non per costruire il quarto palazzetto dello sport in un paese di 10mila abitanti; non per mantenere legioni di nullafacenti renitenti alla vanga; non per inventare decine di migliaia di posti di lavoro senza alcuna attività collegata.

Ed allora sarà un problema giustificare, con Bruxelles e con tutte le capitali a partire da quelle che ci hanno sostenuto, il ruolo dei navigator; il non funzionamento dei centri per l’impiego; i ritardi pluridecennale per la ricostruzione delle aree terremotate; la proroga infinita delle concessioni ai gestori delle spiagge che pagano canoni irrisori ed applicano tariffe folli; la vergognosa situazione del digitale nelle aree montane.

In fondo l’Europa chiede, anzi pretende, che l’Italia diventi un Paese serio, con meno clientelismo, meno mafie, meno evasione fiscale. Con più investimenti in tecnologia avanzata, con una giustizia onesta. Come si fa a non essere d’accordo? Forse perché le pretese olandesi, e poi europee, non riguardano solo aspetti sacrosanti di efficienza e di onestà, ma entrano anche a condizionare le scelte strategiche dell’Italia. A partire dalla riforma delle pensioni. Rutte e complici ignorano la realtà del lavoro quotidiano in Italia, ignorano la strage inarrestabile sui luoghi di lavoro, ignorano l’impegno con macchinari vecchi ed usuranti perché mancano gli investimenti. Ignorano lo stress in ogni attività perché l’organizzazione del lavoro è vecchia, inefficiente, totalmente sbagliata.

Non bastano gli ordini di Bruxelles per trasformare oligarchi incapaci in una classe dirigente virtuosa. Per trasformare degli inetti in ministri competenti. Persino Giuseppi lo sa. E sa che i problemi iniziano ora.


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