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Si torna indietro. Sempre più rapidamente, sempre più indietro. Prima gli industriali che hanno recuperato il loro ruolo di padroni delle ferriere. I diritti dei lavoratori vengono cancellati, il ceto medio svanisce. Ed in questa rincorsa del passato si torna a rivalorizzare il “palazzo”. Il palazzo come simbolo del potere, come dimostrazione pubblica di forza, di successo.

La villa extraurbana, isolata, è la risposta ad una necessità individuale, tutt’al più famigliare. Il palazzo cittadino è invece una sorta di dichiarazione ufficiale: “sono forte e lancio una sfida”. Una sfida ma anche una difesa. Un moderno castello, una sorta di nuova torre medievale in città. Che compatta la famiglia o il gruppo economico. Non è soltanto un tentativo di migliorare l’efficienza. Certo, non essere dispersi in sedi distanti facilita la collaborazione, la condivisione di idee. Anche nei momenti di mascherine e di gel, e nonostante lo smartworking.

Il grattacielo UniCredit a Milano, quello di Intesa Sanpaolo a Torino, i grattacieli che ospitano gli uffici regionali. Ma ora anche gruppi più piccoli vanno nella medesima direzione.

Perché il palazzo è un simbolo. Il palazzo della moda, della salute, della creatività, della scienza, della tecnica. Come i palazzi Medici, Farnese, Vendramin, Este. Punti di riferimento nelle città che stanno perdendo l’anima o che l’hanno già persa. E che potrebbero riaggregarsi intorno a questi nuovi poli.


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