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Sul prossimo numero del quadrimestrale Il Nodo di Gordio, in uscita nei prossimi giorni, l’ottimo Andrea Marcigliano si dedica ad un dotto intervento sul Nuovo Medioevo, tra invasioni barbariche, pestilenza, confini che crollano, conflitti di ogni tipo.

In realtà sembra quasi che il periodo che stiamo attraversando concentri in un arco brevissimo di tempo gli avvenimenti di un intero millennio. E, soprattutto, le incertezze ed i dubbi legati non solo alla caduta dell’Impero Romano ma alla trasformazione dell’Europa. La crisi dell’Impero, d’altronde, era iniziata ben prima che la deposizione di Romolo Augustolo ne sancisse la fine ufficiale in Occidente.

Qui, ora, non siamo alle prese con un Impero che scompare. Ma con una crisi delle coscienze, delle classi dirigenti, della cultura. I barbari non sono alle porte, perché le porte le abbiamo già spalancate. E la pestilenza, più mediatica che reale (la pessima scuola italiana non fornisce la preparazione minima per rendersi conto delle stragi del passato per le varie ondate di malattie), sta portando in Italia ad uno scontro tra una concezione comunale ed una imperiale europea. In mezzo la maggioranza, che non ha concezione alcuna.

Da un lato i terrorizzati sindaci dei piccoli Comuni che, dopo aver invocato porti aperti in nome della solidarietà e del “restiamo umani”, ora ergono mura per difendere gli indigeni dai contatti con allogeni untori. Anche quando gli allogeni sono gli abitanti dei Comuni confinanti. Però, naturalmente, sono pronti ad abbassare i ponti levatoi quando da fuori arrivano gli aiuti.

Sul fronte opposto ci sono i sostenitori della vocazione imperiale dell’Europa. Anche in mancanza di un imperatore e di una corte adeguata. Un’Europa che ha poco o nulla da spartire con la buffonata messa in piedi a Bruxelles. Un impero in grado di rispettare, ed anzi valorizzare, le differenze etniche e culturali del Vecchio Continente. Le minoranze storiche diventano non solo risorse bensì i pilastri su cui costruire una nuova Europa.

In mezzo le varie sfumature di pensiero e di non pensiero. Nazionalisti, statalisti, regionalisti convinti di poter far da soli anche in un mondo globalizzato. Di potersi confrontare da pari a pari con Cina, Russia e Stati Uniti. Senza dimenticare le follie di chi è un entusiasta sostenitore di questa Europa dei burocrati, degli speculatori, degli affamatori. E vorrebbe più Europa delle banche e dei poteri forti. Ci sono persino i mondialisti, quelli che vorrebbero il governo unico mondiale, non affidato al Papa ma a qualche circolo di padroni del gregge mondiale.

In questa corsa verso il baratro finale ci si illude di ripetere il Medioevo, magari sognando pure il Rinascimento. Peccato che manchino i presupposti. Non basta una epidemia per trasformare i conventi deserti in luoghi di creazione culturale. Non basta il regionalismo per trasformare politici falliti in mecenati di alto livello impegnati nella promozione delle arti. Non basta chiudersi nei Comuni per far fiorire la cultura ed i commerci.

Siamo passati dai mercanti come i Polo, che percorrevano la Via della Seta, ai piazzisti che si lamentano per il mal di schiena dopo due ore in auto. Siamo passati da Giotto ad Achille Lauro. Siamo passati dai grandi cuochi degli Estensi e dei Gonzaga, che imponevano la cucina italiana in tutte le corti europee, agli chef televisivi che non si sa quale cucina stiano proponendo. Dai mercanti veneziani e genovesi, che affrontavano mari e turchi, ai commercianti in lotta per il bonus ministeriale.

No, non sarà questa Italia a respingere i pirati ed a costruire un nuovo Impero.


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