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La politica italiana non si fa in Parlamento. Non è certo una novità. Qualcuno forse ricorda il “patto della crostata” o l’incontro a base di sardine tra Bossi e D’Alema.

Questa volta sono stati Di Maio e Zingaretti ad incontrarsi a cena per valutare le possibilità di accordo rosso giallo. Ed i rituali del Quirinale, con la sfilata di delegazioni e monito del presidente, appaiono sempre più vuoti ed inutili.

La cenetta a lume di candela pare non sia andata benissimo. D’altronde la politica negli altri luoghi non ufficiali andava in direzioni diverse. Perché la crisi nel Pd e del Pd diventava sempre più evidente dopo la non casuale pubblicazione di un video in cui appare chiaro che il bugiardissimo stia preparando l’ennesima scissione per dar vita al suo partito personale con il giglio tragico. Particolare non irrilevante: la maggioranza dei parlamentari Pd è renziana.

Sul fronte pentastellato non mancano certo le novità. A partire dalla valanga di proteste della base contro l’ipotesi di accordo con il Pd. Il grillino Paragone che interviene ad una festa della Lega lancia un segnale evidente. Perché al di là della posizione ufficiale del Movimento, un governo rosso giallo avrebbe bisogno del voto di fiducia e non sono pochi i pentastellati tentati dal voto contrario.

Più ancora della presenza di Paragone alla festa leghista, è però significativo l’intervento scritto di Alessandro Di Battista. Dibba, sino a ieri considerato dai media di servizio come l’anima guevarista dei 5 Stelle, dichiara di considerare interessanti le aperture della Lega nei confronti dei 10 punti di programma del Movimento. Ed il leghista Giorgetti assicura che quei punti fanno parte del contratto di governo giallo verde.

Ovviamente i media di servizio hanno subito cambiato opinione su Dibba, ora considerato improvvisamente l’anima nera del Movimento, insieme a Paragone. Lo squallore della disinformazione italiana non è tanto nel cambiamento di giudizio a seconda delle necessità, ma nel non essersi accorti di un incontro tra Di Battista e Buttafuoco pochi giorni prima della crisi. Un dibattito interessante e coraggioso tra uomini liberi. Sarà per questo che è passato inosservato.

Non se ne sono accorti i media di servizio, non se ne sono accorti i politici di destra, pagati proprio per rendersi conto di quello che sta succedendo intorno a loro. Però è comprensibile: Buttafuoco è considerato un intellettuale e, dunque, è meglio tenerlo lontano poiché ragiona e non si limita agli slogan. Così, tra un ragionamento e l’altro, è emersa una possibilità di intesa diversa tra due mondi che sono meno lontani di quanto i media raccontino. Magari è solo una questione di pelle e di Dna tra Dibba e Buttafuoco. Magari è il seme di una politica diversa.


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