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La produzione industriale in Italia è in stagnazione e, secondo la banda Zingaretti Malan (che ha sostituito Sestino Lumaconi), la colpa è del governo. La produzione industriale tedesca cala dell’1,5% su base mensile e del 5,2% su base annua e la colpa, secondo i media di servizio, è dello scontro tra Usa e Cina.

Mai che la responsabilità sia dei predatori che, avendo scelto di puntare solo sull’export fregandosene del mercato interno, ora si ritrovano senza sufficiente domanda di prodotti.

D’altronde non era difficile da prevedere. Come è stato più volte ricordato su Electomag, il mercato dell’auto è in crisi in tutto il mondo e non influiscono minimamente i dazi ipotizzati, ma non applicati, da Trump sulle vetture europee. Anzi, in teoria proprio il timore di dazi futuri avrebbe dovuto far aumentare le esportazioni. Invece niente. Perché è proprio l’auto in sè ad attrarre di meno e la politica dei prezzi assurdi non aiuta di certo, come dimostra il crollo delle vendite di Fca.

Ma anche le altre produzioni risentono di situazioni che nulla hanno a che fare con la guerra commerciale tra Pechino e Washington. In teoria, ancora una volta, la decisione degli Usa di penalizzare i prodotti cinesi, seguita dalle analoghe scelte di Pechino, avrebbe dovuto avvantaggiare le esportazioni europee destinate ad entrambi i Paesi.

Ci si era però dimenticati che il resto del mondo non è rimasto a guardare l’Europa. Di fronte alle demenziali sanzioni contro Mosca, non è che i russi abbiano rinunciato ai prodotti che prima acquistavano dalla Germania o dall’Italia. Semplicemente li hanno sostituiti con prodotti analoghi in arrivo dai Paesi che non si sono sottomessi alla stupidità delle sanzioni.

Ed i cinesi o gli statunitensi sono perfettamente in grado di sopravvivere senza il vino italiano e francese, possono acquistare bottiglie prodotte nel proprio Paese, in Australia, in Cina, in Sudafrica.

Nel settore aerospaziale non solo la Cina ma anche l’India sta compiendo passi da gigante. Dunque tecnologie avanzate, agroalimentare e poi tessile, arredamento. Di tutto e di più.

Con il vantaggio, in tutti questi Paesi, di avere un ceto medio numeroso che può permettersi di pagare per prodotti di qualità. Mentre chi è povero sopravvive con prodotti di scarsa qualità ma sempre realizzati nel proprio territorio.

Il turbo capitalismo ottuso che si è sviluppato in Italia e nell’Europa dell’austerità e dei conti in ordine, invece, ha puntato sulla proletarizzazione del ceto medio. Eliminando, di fatto, la parte più consistente dei potenziali acquirenti dei prodotti europei di qualità. Inoltre la grande maggioranza delle Pmi italiane non esporta o ha quote risibili di export. Dunque ha assoluta necessità di un mercato domestico. Peccato che precariato e bassi salari obblighino gli sfruttati ad acquistare prodotti di livello infimo in arrivo dall’estero.

E la produzione industriale in calo è l’inevitabile conseguenza di questa ottusità fatta sistema.


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