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Allons enfants de la Patrie.. Persino nella sgangherata scuola italiana si continua a studiare che il 14 luglio 1789 iniziò la rivoluzione francese con la presa della Bastiglia (sperando che i nuovi prof, quelli che hanno adottato il libro di Storia in cui si spiega che a Caporetto vinse l’esercito italiano, non confondano Bastiglia con Pastiglia).

Ma il nostro storico Marco Cimmino ricorda anche che quel 14 luglio i popoli hanno capito che le rivoluzioni si possono davvero fare e, a volte, si può persino vincere.

Forse speravano di vincere anche i reggini che, il 14 luglio 1970, diedero inizio a quella che sarebbe diventata nota come “rivolta di Reggio Calabria”, durata quasi un anno e conclusa con una bruciante sconfitta. Rivolta e non rivoluzione, indubbiamente, ma anche l’ultimo tentativo del Mezzogiorno italiano di rivendicare la propria dignità. Contro uno Stato oppressore ed iniquo, uno Stato centrale legato a potentati locali. Uno Stato che non rinunciò ad uccidere, pur di stroncare la protesta popolare. D’altronde anche l’anno prima, a Battipaglia, lo Stato democratico aveva sparato sul popolo che protestava, provocando due morti e 200 feriti.

È la democrazia, bellezza. Puoi sfilare liberamente facendo il pagliaccio, ma se metti in gioco il potere dei soliti noti, ti sparo. Meglio i rapporti tra Stato e ‘Ndrangheta, tra Stato e Mafia, tra Stato e Sacra Corona Unita piuttosto di lasciar campo al populismo.

Dunque la rivolta di Reggio andava stroncata ad ogni costo, riconsegnando il territorio al controllo delle famiglie di ‘Ndrangheta. Così come andava stroncata la protesta di Battipaglia contro il caporalato. E di caporalato si muore ancora oggi, 50 anni dopo.

La stessa logica che porta ad impedire la realizzazione delle autonomie regionali. Perché autonomia significherebbe, per il potere locale, dimostrare alla propria gente l’incapacità di governare; significherebbe far emergere ritardi, privilegi, favori; significherebbe dimostrare che la spesa eccessiva è legata a sprechi e non ad investimenti. Si capirebbero gli effetti disastrosi del clientelismo, del nepotismo. E la rabbia repressa potrebbe tornare ad esplodere.

Meglio tenere tutto nascosto, attribuendo allo Stato centrale la responsabilità dei ritardi e del mancato sviluppo. Lasciando che sul territorio continuino a comandare le solite famiglie mafiose. Assicurando una scarsa preparazione scolastica perché l’ignoranza aiuta a restare sudditi fedeli, favorendo l’emigrazione dei migliori perché dimostrano che si può crescere, favorendo l’arrivo di nuovi schiavi più facilmente controllabili ed utilizzabili anche come manodopera criminale.

Che importa se Palermo è piena di rifiuti quando il sindaco della città può andare in tv a difendere i clandestini? Mica deve occuparsi dei palermitani, lui. Tanto il 14 luglio 1970 è lontano e le rivolte sono state sostituite dai gattini su Facebook.


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