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Graecia capta ferum victorem cepit. Chissà se Orazio avrebbe pensato la stessa cosa osservando i capi di Stato e di governo presenti al G 20 di Osaka.

La foto di rito evidenzia l’uniformità dell’abbigliamento di tutti i convenuti, con le uniche eccezioni dei rappresentanti di India ed Arabia Saudita. Tutti rassegnati a vestire all’occidentale. Compresi i leader di Giappone e Cina, o del Sudafrica.

Ma allora l’Occidente che viene acquistato, pezzetto dopo pezzetto, dalla ricca Cina si è preso la rivincita ed ha obbligato Pechino ad adeguarsi allo stile europeo? Ed allo stesso modo ha cancellato ogni forma di stile tradizionale dei diversi popoli in ogni parte del mondo. Ma è davvero un grande risultato?

Orazio si riferiva ad una conquista culturale da parte della Grecia sconfitta dai Romani. Non era certo una novità. Le invasioni indoeuropee avevano visto l’arrivo di un numero limitato di genti nuove in un contesto numericamente molto più consistente. E spesso non erano state necessarie neppure le armi per far adottare dalle popolazioni locali gli usi ed i costumi degli indoeuropei (lingua compresa). Basti pensare alla sostanzialmente pacifica fusione di Celti e Liguri. Era una questione di prestigio, di riconoscimento di un apporto di novità considerate migliori rispetto all’esistente.

Ma la situazione ora è radicalmente mutata. E lo stile occidentale, in particolar modo quello italiano, ha indubbiamente affascinato il mondo. I capi di abbigliamento italiani rappresentavano un simbolo di eleganza e di potere economico delle nuove borghesie. Lo stesso valeva per i designer dell’auto. Peccato che non sia sufficiente crogiolarsi sugli allori. Il costruttore automobilistico ex italiano non affascina più, gli abiti all’occidentale sono prodotti ovunque e progressivamente si perde anche il ricordo dell’italianità. Un po’ come la pizza, considerata ormai come un piatto tipico americano ed americanizzata anche nel sapore.

Certo, i leader di Pechino, rigorosamente Han, possono adottare giacca e cravatta, dopo aver messo in soffitta le giacche maoiste e le camicie coreane, ma le altre minoranze cinesi si presentano alle manifestazioni istituzionali con gli abiti tradizionali. Ed anche l’abdicazione dell’imperatore giapponese si è svolta in abiti tradizionali.

Sarebbe dunque un errore pensare di aver imposto al mondo intero uno stile che vada al di là delle mere apparenze. Non si può confondere il pragmatismo di Pechino con la rassegnazione al pensiero unico occidentale. L’Asia, nelle strategie di chi decide, resta asiatica. E se ne frega di ragazzotti inutili che girano per le strade della Cina, dell’Europa o delle Americhe, conciati con stupidi cappellini e braghe da idioti.

Nella consapevolezza che anche la moda dovrà fare i conti con la forza dei numeri cinesi ed asiatici. Torino, nei giorni scorsi, ha ospitato le sfilate dei giovani stilisti cinesi. Ed è stato un successo.


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