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Non sappiamo fare promozione turistica e neppure quella sul vino. Anche dalle conferenze stampa teoricamente più scontate possono emergere elementi interessanti, forse proprio perché la routine spinge ad analisi scomode e coraggiose.

Così la presentazione organizzata da Confagricoltura per presentare i dati dell’Erbaluce, vino piemontese in costante crescita, serve soprattutto per una seduta di autocoscienza tra produttori del settore.

Capacità e volontà di far squadra? Zero. Risultati di questo individualismo assoluto? Estremamente modesti. Ormai, in tutto il mondo, si producono buoni vini. Anche a prezzi convenienti. L’unico modo per affrontare la concorrenza è legare il vino al suo territorio, puntando su un’emozione che non coinvolga solo il palato ma comprenda anche paesaggio e cultura”.

La ricetta non lascia spazio a dubbi, non è difficile da comprendere e neppure da realizzare in un Paese come l’Italia ricco di opere d’arte o reperti archeologici ad ogni angolo. E dove i palazzinari hanno devastato borghi e città ma non riuscendo a distruggere ancora tutto, almeno per ora.

E invece in Italia l’idea di essere una squadra pare infastidire tutti. Se Langhe e Monferrato, procedendo in solitaria, sono riusciti a conquistare il mondo con l’enogastronomia, altri territori non ce l’hanno fatta. Ed il vino italiano continua ad essere surclassato da quello francese in termini di valore economico della singola bottiglia. Ma la Francia è all’avanguardia nella promozione, oltre che per la qualità. Già Cavour invitava i viticoltori piemontesi a migliorare la qualità dei vini, per portarli ai livelli della Borgogna, ma anche ad insistere sulla promozione. La qualità è cresciuta, la promozione è un disastro.

Le strade dei vini funzionano solo in alcune aree, in molte zone d’Italia i ristoratori non sono neppure in grado di puntare sulle eccellenze del territorio ed offrono piatti e vini indifferenziati senza alcun legame con le produzioni locali. Quanto poi al rapporto con la cultura locale, troppo spesso non si va al di là di sagre paesane banali e ripetitive.

Con il brillante risultato di perdere quote di turismo internazionale oltre che di quello nazionale, almeno secondo le stime degli operatori del settore. D’altronde albergatori, ristoratori, gestori di stabilimenti balneari hanno approfittato in questi anni della fuga di turisti da Paesi come Turchia, Egitto e Nord Africa nel suo complesso a causa della paura del terrorismo. Sconfitti i jihadisti, i turisti hanno ripreso a fare i conti con costi ed offerte e quest’anno potrebbero penalizzare la costosissima Italia per tornare a premiare località estere dove il viaggiatore non viene derubato per servizi di bassa qualità.


Reader's opinions
  1. Francesca   On   16 Giugno 2019 at 9:29

    Caro Augusto, e’ un problema vecchio e costante. Al sud dove I consorzi non sono mai decollati legato anche a lobbies e mafie. L’individualismo inprenditoriale, le invidie e le lotte fra piccoli, fra poveri in un mercato globale portano forse a sopravvivere qualcuno, altri a scomparire. Sono anni che proponiamo agli imprenditori un lavoro concertato, di squadra, marchi non imposti da distributori ma legati ad un messaggio comunicativo, al territorio, alla storia del territorio. Adesso che il governo ha tirato fuori la propaganda del marchio storico che non credo sia fattibile cosi’ come pensata tuttavia potrebbe essere utilizzata nell’enogastronomico a titolo di immagine legata al territorio e alle doc, dop, stp. Un rilancio agricolo potrebbe passare pure per I brevetti ma se si fa consorzio, squadra e si resiste cosi alle varie Monsanto. Ma agricoltori e pseudoimprenditori sentono contratti e fatturati che pero’ se decollano per un periodo non restano ormai uguali sul lungo periodo. Poi se non investono in qualita’, in nicchia, cosa offrono al pubblico rispetto agli altri? Si parla male dei politici ma il mea culpa in Italia lo fanno in pochi.

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