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La débâcle pentastellata ha riportato sulla scena Alessandro Di Battista, rappresentante dell’ala movimentista da non confondere dall’ala ottusa che fa capo a Fico.

Però il ritorno di Dibba ha evidenziato la ruggine accumulata in questi mesi di lontananza, prima dall’Italia e poi dall’impegno diretto in politica. Perché il simpatico Dibba ha steccato subito il primo intervento, dimostrando di aver capito poco o nulla di ciò che è successo.

È vero che la delusione negli elettori del Movimento 5 Stelle è estremamente diffusa ma, come dimostrano i dati delle elezioni amministrative, la delusione riguarda innanzitutto la modestia della classe politica messa in campo. Bocciata la Raggi, bocciata l’Appendino, bocciata l’amministrazione pentastellata a Livorno: difficile dar la colpa ad una inesistente subalternità alla Lega.

Dibba finge di non sapere che parte dei nuovi consensi che hanno premiato Salvini arrivano proprio dal Movimento 5 Stelle (e questo spiega perfettamente perché la Lega non vuole un accordo con Forza Botulino per le elezioni nazionali: molti nuovi consensi svanirebbero immediatamente). Perché gli attacchi contro la Lega, tanto apprezzati da Dibba e pure dall’ala ottusa, hanno solo fatto passare i pentastellati come quelli del “non fare”, quelli che bloccano tutto, quelli che non mantengono i patti su quella parte del contratto di governo che piace di più alla Lega ma che anche Di Maio e Conte hanno firmato.

La polemica continua ed esasperante dell’ultimo mese ha penalizzato Di Maio, non Salvini. E proseguire su questa strada, come piacerebbe a Di Battista, significherebbe andare alla caduta del governo. Con quali prospettive? Da solo il Movimento 5 Stelle può stare solo all’opposizione, un accordo può stringerlo solo con il Pd che, a quel punto, porrà condizioni molto più penalizzanti rispetto al contratto sottoscritto dalla Lega. È vero che forse potrebbero tornare a votare alcuni dei tanti elettori che hanno disertato le urne poiché delusi, ma è una scommessa estremamente rischiosa.

Mentre, sul fronte opposto, Salvini potrebbe allearsi con la Sorella della Garbatella e con una eventuale formazione creata da Toti, in modo da non aver più bisogno delle Erinni di Berlusconi.

Paolo Flores d’Arcais, ripreso immediatamente dalle varie testate d’area (da Micromega a Fuffintonpost passando per Repubblica) – dopo l’immancabile sparata contro le destre prefasciste che hanno vinto le elezioni in Italia – invoca la nascita di un nuovo partito di sinistra che possa fermare la pericolosa onda nera. Perché, a suo dire, non sarà il Pd a salvarci, visto che è ormai un partito di centrodestra. Nessuna illusione sui grillini ed ancor meno sulle sinistre terminali.

Dunque serve l’ennesimo contenitore che, bontà sua, dovrà rinunciare al politicamente corretto. E se è riuscito ad accorgersene persino Flores d’Arcais significa che persino a sinistra non ne possono più di boldrinate, di martinate, di bergogliate. Un primo segnale di intelligenza sopravvissuta al servilismo nei confronti della speculazione globale?


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