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Le nomine dell’ultimo minuto dei governi nazionali e regionali del centrosinistra in odore di sconfitta? Buone e giuste, legalmente ineccepibili e, dunque, i media di servizio possono e devono applaudire.

Le promesse del governo giallo verde a ridosso del voto? Ignobili, uno squallido espediente che va stigmatizzato.

La disinformazione italiana è rappresentata da questi comportamenti. Tutto regolare, certo, se il padrone ordina di attaccare, si attacca. E l’offensiva dei media al servizio delle oligarchie non è certo una novità. Peccato che i risultati non siano proprio quelli auspicati. I partiti sotto attacco resistono, i giornali che li attaccano perdono lettori e pubblicità.

Però bisogna ammettere che la crociata non si arresta neppure di fronte alle cocenti sconfitte ed alle ingenti perdite. I prodi combattenti antipopolari ed antipopulisti sfidano la correttezza, l’etica professionale, l’onestà intellettuale e si immolano gridando: censura!

Sui loro giornali, sulle loro tv, sulle loro radio la censura è già in atto. Il nemico populista viene irriso, le notizie manipolate, le inchieste sono a senso unico, gli spazi per le repliche quasi inesistenti. In tv ogni ospite nemico viene circondato da 3 o 4 giornalisti od opinionisti politicamente corretti, i conduttori non nascondono il fastidio ed il disprezzo per chi non è allineato al pensiero unico obbligatorio.

Però non basta. Questi stramaledetti populisti, espulsi dai media ufficiali, si sono organizzati sui social. Certo, il soviet di Facebook è intervenuto cancellando profili scomodi, bloccando pagine non allineate, eliminando avversari su avversari. Ma i populisti non demordono. Incapaci di costruirsi una piattaforma propria che abbia un seguito apprezzabile, con l’alternativa russa che non decolla per l’incapacità di Mosca di sviluppare un soft power almeno decente, i populisti affollano i social nonostante l’odio nei loro confronti da parte dei vertici delle società che li controllano. A partire da Zuckerberg.

Così i poveri giornalisti con sempre meno lettori devono dedicarsi all’analisi dell’informazione “veicolata” dai populisti. Da Lega e Movimento 5 Stelle, per quanto riguarda l’Italia. O da Farage, in Inghilterra. L’accuratezza dello studio è tale che i ricercatori ed il giornalista che lo ha commentato non si sono neppure accorti che Farage ha cambiato partito, non è più nell’Ukip, ma per la Busiarda e per Fabio Martini questo è un particolare irrilevante.

Ciò che conta, per loro, è dimostrare che i populisti hanno scarnificato il messaggio politico. Lasciando intendere che sono troppo rozzi per messaggi articolati, complessi, accurati. Non come i grandi giornalisti dei mega quotidiani che ignorano persino i partiti di appartenenza dei leader che attaccano.

E stanotte, ad urne chiuse, la grande analisi politica consisterà nel dimostrare che i populisti hanno perso non perché siano arretrati rispetto alle precedenti elezioni, ma perché sono cresciuti meno di quanto temessero i giornalisti di servizio.


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