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I grandi gruppi industriali e finanziari che hanno appoggiato le manifestazioni di sedicenti ambientalisti sono gli stessi che si rifiutano ostinatamente di modificare il proprio sistema di produzione.

Soltanto il 9% dei 92,8 miliardi di tonnellate di materie prime immesse annualmente nell’economia mondiale viene riutilizzato in modo efficiente attraverso forme di recupero e di riciclo” .

Secondo l’Osservatorio sulla Mobilità sostenibile di Airp (Associazione Italiana Ricostruttori Pneumatici), è questo il principale risultato che emerge dall’edizione 2019 del Circularity Gap Report, stilato da Circle Economy e presentato in occasione del recente World Economic Forum 2019.

Il restante 91% delle risorse non trova invece una seconda vita, venendo così destinato allo smaltimento. Esiste pertanto un profondo divario tra il modello basato sull’economia circolare (quindi sul recupero delle risorse utilizzate) e quello fondato sull’economia lineare (cioè sulla catena estrazione-produzione-scarto delle risorse)”.

O, in altri termini, esiste un abisso tra gli impegni ufficiali e le iniziative concrete messe in atto dai predatori.

Senza dimenticare l’enorme quantità di prodotti ad obsolescenza programmata, cioè costruiti appositamente per funzionare per un periodo limitato, senza la possibilità di essere aggiustati. E che, di conseguenza, devono essere smaltiti con costi energetici sia in fase di costruzione sia in fase di smaltimento.

Con la stragrande maggioranza delle materie prime non riciclate – proseguono all’Airp – il nostro pianeta è sottoposto ad un massiccio sfruttamento delle sue risorse naturali. Ciò comporta un notevole impatto, oltre che in termini di approvvigionamento delle risorse, anche sul clima.

Dal Circularity Gap Report emerge infatti che il 67% delle emissioni di gas ad effetto serra è dovuto all’estrazione, alla lavorazione e alla produzione di materie prime per soddisfare le esigenze della società (edilizia e infrastrutture, alimentazione, mobilità, assistenza sanitaria, beni di consumo ed altri servizi). Inoltre, l’utilizzo delle risorse estratte è in forte accelerazione per effetto dello sviluppo economico. È aumentato di 12 volte dal 1900 al 2015 e si prevede che raddoppierà ulteriormente nei prossimi 35 anni.

Ovviamente i predatori non fanno nulla per modificare la situazione. Perché ogni cambiamento comporterebbe costi che non vogliono affrontare in quanto ridurrebbero i dividendi per gli azionisti. Strategia miope, poiché sono sempre più numerosi i settori “maturi” che non presentano più grandi margini di crescita al di là della semplice sostituzione. Mentre il coraggio di una rivoluzione in direzione di una economia circolare avrebbe l’effetto di immettere sui mercati prodotti totalmente diversi, spalancando nuove opportunità basate su una coscienza ambientale.

Evidentemente i predatori sono convinti che le iniziative ambientaliste, che loro stessi promuovono, non avranno conseguenze pratiche. Tantomeno in Italia dove i boicottaggi di vari prodotti non funzionano mai perché ciascuno è convinto che sia il proprio vicino a dover mutare gli acquisti. Senza sforzarsi mai in prima persona.

In questo scenario proprio i costruttori di pneumatici assicurano di aver fatto passi avanti in un settore, quello dei trasporti, che è responsabile per circa un quarto delle emissioni globali di CO 2. Lo pneumatico di qualità – assicurano – nasce per essere ricostruito e quindi per essere utilizzato più volte, al termine delle quali può essere avviato al riciclo tramite il recupero dei suoi componenti in qualità di materie prime seconde, oppure al recupero energetico, chiudendo così un ciclo di vita da pneumatico e iniziando un secondo ciclo con numerose e importanti possibilità di utilizzo.

Piccoli passi, ma almeno un segnale sulla possibilità di cambiare davvero qualcosa, nonostante l’indifferenza dei marciatori-consumatori.


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