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Il modello, peraltro dichiarato, è quello di Virginia Woolf e dei suoi Moments of Being [“Momenti di essere”]. Per cui il racconto – «improntato alla casualità di un momento, fermato nel suo essere e divenire» – diventa il genere ideale.

Anche perché, a dire dell’Autrice, il racconto le consente di «uscire dall’autobiografismo» o, meglio, di non identificarsi «necessariamente» nell’io narrante. Che può benissimo essere una maschera, ma, almeno in questa raccolta, può pure essere un estraneo, uno che guarda da fuori, con occhi “altri”, disincantati o addirittura antagonistici, il mondo della buona società: quello dell’alta borghesia o della piccola aristocrazia redditiera.

Ora, sappiamo tutti che agli occhi, mettiamo, del proprio cameriere la persona d’eccezione perde gran parte del suo fascino, come sappiamo, alla luce della dialettica hegeliana tra servo e padrone, che i ruoli possono perfino invertirsi e la dipendenza diventare reciproca (si veda qui il racconto Quando ero paggio).

E la logica marxiana della lotta di classe può, a sua volta, rendere arduo ogni reciproco sforzo di comprensione tra padroni e subalterni, fino a ostacolare ogni autentico “incontro d’anime”.

Ma, al riguardo, non mancano le eccezioni e quello che a tutta prima sembra essere un impedimento può trasformarsi in uno stimolo, in un incentivo. Magari per sfida (alle convenzioni) o per capriccio. Come nel racconto di chiusura: La padrona giovane.

Occorre tuttavia precisare che il mondo della piccola aristocrazia di provincia, divisa tra città e campagna, è qui colto e rappresentato nella sua fase declinante, in procinto di sparire dalla scena. È infatti un’aristocrazia che vive più di vendita che di rendita, incalzata dalla rampante borghesia in ascesa, che ne scimmiotta i modi senza però averne i gusti squisiti, la raffinatezza, lo stile. L’ascensore sociale funziona a favore di questa (e magari anche dei proletari che sanno cogliere l’opportunità di diventare a loro volta padroni) e a discapito di quella. È una ruota che gira, come quella della Fortuna.

Ma si ha la sensazione che non si tratti solo di un normale avvicendamento, giacché si avverte uno scadimento qualitativo della vita, tanto a livello estetico quanto morale.
La quantità dei beni disponibili, le comodità, il trionfo della tecnica e della moda (che vive della propria negazione, in un assiduo superamento di se stessa), la frenesia esistenziale, il rilassamento generale dei costumi, danno un’impressione di caos, di dissipazione, di una ineluttabile deriva.

Crollano i miti, i riti si dissolvono. Perfino in ambito liturgico, dove la forma è spesso inscindibile dalla sostanza. Tutto si fa provvisorio. E precario. Il kitsch impera. La libertà diventa licenza. E finanche la trasgressione, divenuta regola, finisce per perdere il suo fascino.
Come accade all’amore quando si riduce a sesso. Oggi si dice “fare sesso”; una volta, più poeticamente, «con quel tanto di pudore – e di garbo – che lo depurava dalla volgarità», «si faceva all’amore».

Effetti del tempo, che è il vero protagonista del libro. Un tempo «impietoso», che «non risparmia nessuno». Nemmeno le cose: a cominciare dalle case. Così la decadenza dell’aristocrazia si rispecchia nella progressiva fatiscenza delle sue dimore o (si veda, in particolare, L’asta Malinverni) nel loro sovvertimento.

Le case, per quello che significano, per il contenuto di memorie e di vissuto che racchiudono, per Camilla dovrebbero restare quali sono o, tutt’al più, tornare ad essere com’erano: solo così infatti possono rivivere o risorgere. Questo perché esse portano l’impronta di chi le ha abitate e costituiscono, gozzanianamente, un rifugio, una garanzia d’identità, un’arra – sia pure aleatoria – di persistenza. Un punto sicuro di riferimento nel fluire vorticoso della temporalità. Che tanto angoscia i personaggi, continuamente impegnati a porvi un’argine. O un freno. Attraverso la memoria e lo strenuo esercizio del ricordo.

Parlavamo di rifugio: ebbene, c’è un’immagine ricorrente in questi racconti, l’immagine (o la metafora) che rimbalza più volte dall’uno all’altro della “bolla d’aria” che dovrebbe in qualche modo preservare l’integrità di un’esperienza, di un evento, addirittura di un mondo: di quanto insomma i personaggi hanno di più caro. La bolla può essere un luogo naturale, ma più spesso uno spazio mentale che funge da reliquiario, una sorta di sacra teca che dovrebbe immunizzare il contenuto dalle ingiurie del tempo. O degli uomini. Così pure la casa, quando appaia sfregiata e stravolta, suggerisce l’idea di una «violazione» ovvero di una «profanazione», secondo un topos che rinvia alla conclusione de Il piacere dannunziano, alla nobile dimora «spogliata dagli antiquari» per dirla con Gozzano.

E dannunziana o gozzaniana è l’elegia che compiange il venir meno delle cose belle e care custodite nelle case, il destino che scompaginerà le librerie, che metterà a soqquadro gli arredi, le stanze, le suppellettili. E magari anche «le buone cose di pessimo gusto». Come la biblioteca del manzoniano don Ferrante.

Una diaspora che è, del resto, figura della dissipazione operata dal tempo, della sua fatale entropia.

Lo straniamento è, di conseguenza, il sentimento che anima in prevalenza i racconti. I personaggi, tutti in là con gli anni, guardano con angoscia al proprio passato, che, tra rimozioni e oblio, si rivela sfilacciato e lacunoso. E si affacciano su quello specchio offuscato nel tentativo, spesso patetico, di dare ad esso una reale consistenza, un senso.

L’impresa è ardua, perché la memoria inganna, non tiene, altera, più o meno consapevolmente, i contorni delle cose, dei luoghi, delle persone. Qualche tessera finisce quindi per restare fuori dal mosaico, qualche altra stenta a ritrovarvi la sua naturale collocazione. Anche per l’intersecarsi della memoria volontaria con quella involontaria, per le interferenze dell’oggi, dei pensieri che tumultuosamente s’affollano alla mente, con le preoccupazioni per il domani e con il senno di poi, in un inquieto brusìo d’alveare. Tutto questo si ripercuote sullo stile, che, adeguandosi allo stream of consciounsness, registra, un po’ alla rinfusa, sensazioni, emozioni, ricordi, riflessioni, dubbi, presagi e rimpianti, in un turbinare febbrile che trova la sua misura nel ritmo a onde o a intermittenze della narrazione. La quale procede per interni accordi, per echi, per consonanze e per dissonanze (ritmi ternari, anafore, paronomasie, pause, impuntature), assecondando un’ispirazione che potremmo definire musicale. E che, tra discorso indiretto libero e racconto in prima persona, non sempre, nella concitazione del dire, si attiene alle convenzioni: a volte, anzi, deborda dal quadro e la voce del protagonista si sostituisce a quella del narratore.
Ma, poiché la raccolta mette insieme «racconti vecchi e nuovi», anche nello stile si avvertono modulazioni diverse. E diversi sono, per estrazione sociale, i protagonisti. Salvo quelli del racconto finale, gli altri, quasi tutte donne, sono di una certa età. La vecchiaia ne condiziona umori, salute e prospettive. Questo spiega il loro bisogno di tracciare consuntivi, ma soprattutto l’assillo temporale che li tormenta. Essi ripiegano sul passato per stornare lo sguardo dal futuro, dalla prospettiva della morte, che esorcizzano col racconto o che edulcorano, un po’ tolstoianamente, in «uno scivolare via dolce», in «uno svanire» luminoso, da dissolvenza cinematografica. Ma anche dal passato, nella rievocazione dei loro amori, così instabili e precari, viene loro incontro per speculum la vita, coi suoi abbagli e – direbbe Svevo – con la sua irrimediabile “originalità”: a ribadirci la sua inappartenenza. Narrare, allora, è forse la maniera migliore di darle voce. Di amarla e di assecondarne lo spirito.

Camilla Salvago Raggi, Amore che viene, amore che va, Lindau, Torino 2018.


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