fbpx
Usarci


 

Un’opera prima è sempre un oggetto molto delicato da valutare e poi giudicare, perché sempre in costante e delicato equilibrio tra il coraggio del mettersi in gioco, l’ambizione di un talento da voler mostrare al mondo, e le (soprattutto italiane) difficoltà a reperire un budget dignitoso per poter realizzare quella cosa complicata che è un film, che è la forma d’arte propria del capitalismo,

perché se è vero che l’artigianalità ne è sempre stata un tratto distintivo, e che in questo noi italiani siamo sempre stati all’avanguardia, Carlo Rambaldi docet, è altrettanto vero che, nonostante le facilitazioni che la moderna tecnologia digitale ha portato – ma il cui (inevitabile) rovescio della medaglia rimane il troppo facile accesso al mestiere ad ogni incapace ed incompetente facendogli cullare l’idea di poter fare questo mestiere – il Cinema, per essere realizzato, ha bisogno di soldi.

E più ce ne sono, più è facile dar vita alla propria sfolgorante visione – in questo, gli americani insegnano, e sfido chiunque a trovare oggigiorno un film hollywoodiano che non sia perlomeno tecnicamente perfetto, là dove il denaro fa la differenza – benché senza talento e senza gusto estetico, tutti i soldi del mondo non potranno mai fare di un film un bel film.

Ma l’opera prima è ancor più difficile da valutare quando il background del regista non è così ricco di esperienze, proprio come nel caso del basso valsusino Federico Alotto, che nella sua filmografia vanta due cortometraggi antecedenti questo suo “Ulysses. A Dark Odissey”, anche molto diversi per genere – guerra e horror – nonostante sia stato grazie a uno di questi, il suo secondo, I See Monsters, con cui è riuscito a farsi notare prima in America, vincendo svariati premi, e poi grazie proprio a quella rete di connections d’oltreoceano a garantirsi, anche se con fatica, notevoli intoppi, e attraverso tante peripezie (quasi come quelle del mitologico protagonista della sua opera), la possibilità di girare il suo film d’esordio – per onor di cronaca ce n’è già un secondo nella sua filmografia, The Spirit Chaser, che farebbe di questa moderna reinterpretazione del mito di Ulisse un vero e proprio secondo film, ma quello fu un progetto molto commerciale e a bassissimo costo, realizzato con la tecnica del found footage (balzato agli onori della cronaca per quell’enorme successo commerciale che fu, nel 1999, The Blair Witch Project) durante quel processo che a Hollywood chiamano development hell, ovvero, letteralmente, l’inferno dello sviluppo (di un progetto), quando stai cioè per cominciare a girare o almeno sei in pre-produzione ma succede sempre qualcosa che ti blocca lasciandoti, a tempo potenzialmente indefinito, lì nel limbo dell’attesa insieme a quei migliaia di progetti che non vedranno mai la luce – perché, va detto, il cinema è quel mondo dove è più facile che un progetto si areni e non vada in porto piuttosto che venga realizzato.

Ma alla fine, seppur tra tante difficoltà, e benché con due anni di ritardo rispetto a quando il film è stato girato e post-prodotto – tratto in comune, ad esempio, con un altro film italiano ma d’impronta internazionale come il Mine dell’inscindibile duo milanese Fabio&Fabio, girato nel 2014 ma uscito nelle sale, seppur con una grande distribuzione (Eagle Pictures), nel 2016 – il film, con distribuzione indipendente della stessa Adrama, società torinese produttrice della pellicola, sbarca finalmente nelle sale torinesi oggi, e prossimamente in altre città italiane, secondo una consuetudine quasi obbligata ormai per chi fa cinema indie in questo paese, perché soffre della cronica e patologica mancanza di lungimiranza di buona parte della filiera cinematografara nostrana, incapace di vedere oltre la commedia (sempre più di cattivo gusto e stucchevolmente stereotipata) e di dar fiducia ai registi giovani e alle nuove storie se non quando questi sono già parte di un certo rodato meccanismo.

Ma che film è Ulysses?

Il regista e sceneggiatore assieme al suo partner Andrea Zirio, protagonista della storia nei panni dell’eroe omerico, qui dalla doppia identità Uly/Johnny Ferro, hanno dichiarato che questo è stato un film pensato 10 anni fa e fortemente voluto, tanto da aver rinunciato all’american dream di una produzione americana, che però avrebbe imposto un suo regista e un suo protagonista – anche questo tratto in comune con l’esperienza degli autori di Mine e del prossimo Ride, in uscita a settembre per Lucky Red – pur di mantenere intatta la propria visione artistica e poter realizzare esattamente il film che volevano con la massima libertà possibile, che è poi l’altro sogno (paradossale, per certi versi) di ogni regista o wannabe filmmaker, e che ha in George Lucas il suo esempio più fulgido e riuscito nella realizzazione dello Star Wars del 1977 in maniera più indipendente possibile pur rimanendo sotto l’egida di un grande studio come la Fox, ma erano gli anni Settanta e il cinema era un’altra cosa, e, infatti, anche Lucas ha dovuto vendere la sua creatura al colosso Disney.

E quell’ambizione e quel desiderio fortissimo di voler mostrare tutto se stessi e l’amore per quell’iconico personaggio, come dichiarato da Zirio, è il limite più grande di questo film: reinterpretare classici come l’Odissea e l’Ulisse di Joyce, i cui tributi sono stati dichiarati dal regista stesso e che, per alcune cose, sono lì palesi a dimostrarcelo, non è affatto semplice, e la sceneggiatura, scritta a sei mani dai due soci/amici e James Coyne, giovane sceneggiatore americano in rampa di lancio – suo il prossimo capitolo dello Sherlock Holmes impersonato da Robert Downey Jr, sotto marchio Warner Bros, per il 2020 (data curiosa che pare un involontario Easter Egg del film) ma senza più forse Guy Ritchie alla regia – non riesce mai a mettere insieme i pezzi di quel viaggio di ritorno di Uly per ritrovare la sua Penelope.

Se l’Ulisse omerico aveva il talento dell’ingegno – sua l’invenzione del funesto Cavallo di Troia con cui i greci assaltano la capitale troiana nell’Iliade – questa reinvenzione in chiave moderna, dark, distopica – Torino è diventata, nel 2020, Taurus City – futuristica ma futuribile, del personaggio non ha alcuna capacità, non si distingue in nulla, ha solo perso la memoria; vaga in una notte fotografata in maniera molto sporca – ricordando, seppur distante, quella di molti film del compianto Tony Scott, fratello minore di Ridley, suicidatosi alcuni anni fa, in particolare Domino con l’allora quasi sconosciuta Keira Knightely, futura eroina disney della miliardaria prima trilogia dei Pirati dei Caraibi – incontrando e scontrandosi con pittoreschi personaggi ma senza soluzione di continuità, dove quegli incontri appaiono spesso frutto del caso se non addirittura del nonsense, il tutto, colpa (forse) di una poca attenzione nello sviluppo psicologico dei personaggi e dell’assenza di un solido paradigma drammaturgico, alla cui struttura manca quella linearità che avrebbe facilitato la comprensione della storia, soprattutto nella prima parte, ma che vuole essere – ed ecco che torna l’eccessiva (ma logicamente condivisibile) ambizione a voler realizzare quanto di più simile a ciò che tanto si ama – prettamente omaggio a parte della metrica con cui Omero aveva costruito l’Odissea.

A volte, sarebbero bastate le giuste battute di dialogo per far fare ai protagonisti azioni contestuali che, così, non avrebbero fatto storcere il naso allo spettatore per qualcosa che non ha pienamente compreso. Se di Omero riconosciamo Alcinoo re dei Feaci e sua figlia Nausicaa, scompare, in forma omerica s’intende, Telemaco e la sua volontà di ritrovare il padre per cacciare i Proci dalla sua casa a Itaca – oggetto della Telemachia, ovvero i primi quattro libri dei 24 di cui è composto il poema – se ritroviamo Eolo ed Hermes, nelle sembianze di un travestito interpretato da Mario Acampa, solo dai titoli di coda scoviamo la presenza di Scilla e Cariddi; mentre dell’Ulisse dello scrittore irlandese, cui Alotto ha ammesso essere debitore nella seconda parte del film, si evidenzia ad esempio il rimando al distretto a luci rosse di Nighttown nell’episodio di Circe, così come il reiterato uso delle alterazioni mentali nel processo di ricostruzione di sé, assai più difficili invece sono da scorgere tutti gli altri richiami alle figure evocate da James Joyce.

Rimane pur vero, però, che nessuna di queste cose è determinante nella (non) riuscita dello script. L’adesione ibrida è audace azzardo, purtroppo, dal mio punto di vista, poco efficace in termini drammaturgici e di buona scrittura.

Positivo e lungimirante è stato senza dubbio l’approccio internazionale al film e la sua volontà di fruibilità all’estero, negli Stati Uniti in particolare – si veda la scelta creativa della famiglia latina a inizio film, che strizza l’occhio ai cliché di tanta cinematografia e serialità a stelle e strisce – girato in lingua inglese e poi doppiato in italiano per quest’uscita di quasi inizio estate – scelta azzeccatissima quella di non lasciare che gli attori ridoppiassero se stessi, eccezion fatta (seppur in negativo) per la cantante Skin, visto che il suo italiano stentato ha comportato qualche fatica nella comprensione delle battute che l’hanno riguardata – e la scelta di un cast internazionale, con un nome che spicca su tutti, quello di Danny Glover, intramontabile star della saga di Arma Letale, partner perfetto di Mel Gibson nei quattro film diretti dal veterano Richard Donner, nei panni di Michael Ocean, il tiranno che ha preso il potere a Taurus City – una Torino misteriosa e livida a tratti irriconoscibile anche per chi ci abita – e che Uly vorrebbe spodestare per riavere indietro l’amata Penelope, di Ocean la figlia.

Plauso all’interpretazione sopra le righe ma perfettamente dosata di uno sciroccato Giovanni Mancaruso e a quella di un sempre intenso, maledetto e convincente Stewart Arnold, attore feticcio torinese d’adozione, da sempre utilizzatissimo da ogni produzione del territorio, mentre si limita al compitino un grande caratterista come Udo Kier.

Curioso poi vedere un inedito Walter Nudo, di cui credo sia impossibile individuarne i tratti se non verso la fine del film, o addirittura solo leggendone il nome nei credits finali.

Dispiaciuto invece, ma non vorrei esser tacciato di eccessivo maschilismo, nell’aver visto una Penelope che non ha ricalcato i tratti della bellezza classica, magari anche eccessiva dei film americani, come quando scelsero l’allora sconosciuta Diane Kruger per interpretare un altro personaggio omerico in salsa hollywoodiana quale Elena di Troia in quell’irrisolto film che fu Troy.

Completano il cast la rumena Anamaria Marinca – protagonista nel film Palma D’Oro a Cannes nel 2007 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni – Jessica Polsky, Daniel McVicair (il Clarke Garrison della soap opera Beautiful, ormai torinese a tutti gli effetti), Gianni Capaldi, Charlotte Kirk, Sigal Diamant e Drew Kenney, nei panni dell’ex commilitone di Uly, Niko.

Pur con 800.000 euro di budget dichiarati – ottenuti anche grazie al fondamentale sostegno di Film Commission Torino Piemonte e di F.I.P., Film Investimenti Piemonte, che ha portato una consistente dote grazie al tax credit esterno – il film soffre un po’ dal punto di vista tecnico-artistico, alternando intuizioni interessanti e convincenti in scenografia e nei costumi di Agostino Porchietto a momenti più dozzinali, anche in color correction o nel mix finale, ma, anche qui, il regista indipendente sa che si deve scontrare col problema denaro, che evidentemente non ha permesso di poter spingere sull’acceleratore della creatività ma aveva imposto il limitatore oltre il quale non si poteva andare.

Anche qui, non sono certo queste le scelte che inficiano il giudizio sul film – eccezion fatta per l’uso eccessivo del primo piano e della camera a mano, che, sentendo anche i commenti all’uscita dalla sala, hanno lasciato più d’uno spettatore straniato e scontento.

Quel che mi ha poi lasciato perplesso sono state le scelte musicali, che in alcuni passaggi del film risuonano armonicamente dissonanti, uccidendo talvolta il pathos delle scene a cui sono state associate, facendo uscire lo spettatore temporaneamente dall’emotività della storia, quando, al contrario, lo score dovrebbe esaltarla.

Ma dove emerge di più un certo limite nella ricerca di equilibrio tra ambizione e reali possibilità pratiche è in alcune scelte creative: volenti o nolenti siamo condizionati dall’esuberante estetica della messa in scena dei film americani, e, volenti o nolenti, il confronto (spesso) diventa inevitabile se non addirittura automatico, quindi le scelte a monte in fase di progettazione diventano determinanti, e così è, dal mio punto di vista, decisamente rischioso ideare un meccanismo narrativo per cui Ocean deve presenziare alle celebrazioni per i 10 anni della sua presa del potere che si sostanziano in un concerto di musica classica, che però sullo schermo si traduce in scelte visive limitanti e limitate – un palco e un teatro di dimensioni contenute nel quale (probabilmente) certe inquadrature non si potevo realizzare, oppure l’arrivo all’Opera House (l’esterno della Palazzina di Caccia di Stupinigi) dove il parco macchine è scarno e risibile – quando invece il cervello umano si era già preventivamente creato l’aspettativa della grandeur, se non quella de Il Grande Gatsby, perlomeno di quella di tanti film in cui è stato usato il medesimo escamotage; oppure mettere in scena operazioni belliche in territorio nemico, fatto di scontri a fuoco ed esplosioni rivedibili da un punto di vista di CGI, e dove il numero di soldati è ridotto al minimo e senza un’apparente spiegazione logica.

È chiaro, e sono il primo a saperlo, che il budget non ha permesso alternative, ma, appunto, sono le scelte creative in fase di scrittura che fanno la differenza; forse è limitante per la creatività dello sceneggiatore, anzi, lo è di sicuro, e forse l’obiettivo era un altro budget, ma il suggerimento è quello di scrivere pensando alla realizzabilità, e alla realizzabilità migliore possibile per le proprie disponibilità, così che il pignolo rompipalle come me non abbia nulla da criticare!

Ulysses rimane un’opera interessante, forse addirittura sperimentale, nonostante l’universale riconoscibilità della storia che la ispira, e l’iconicità del suo protagonista, dovrebbero parlarci di un film di chiaro intento commerciale – con annessa ottima operazione di marketing con la vendita delle magliette marchiate col logo del film – ma incompiuta.

È però, come abbiamo esordito, un’opera prima, ed è chiaramente ambiziosa, per questo credo che il beneficio del dubbio e una seconda visione la meriti, perché, anche quando c’è, il talento va aiutato ad emergere e sostenuto, e non c’è miglior palestra se non quella di continuare sulla strada intrapresa e lavorare sodo per migliorarsi. Togliamoci tutti dalla testa Orson Welles e Quarto Potere, perché rimangono un unicum nella Storia del Cinema.

Se uno sa imparare dai propri errori – che tutti fanno, anche Kubrick, ad esempio – non può che crescere e realizzare opere superiori a quelle precedenti. Il plauso agli autori va inoltre per la scelta di raccontare parte integrante della nostra cultura occidentale europea senza farsela per forza saccheggiare e storpiare da Hollywood, visto che poi leggiamo la recente notizia apparsa sui media del settore statunitensi dello sviluppo da parte del colosso Netflix di Kaos, una serie televisiva che reinterpreterà i miti greci in chiave dark, esplorando politiche gender, potere e criminalità.

E per chi ha già visto Ulysses tutto questo suona decisamente familiare!


Le opinioni dei lettori

Rispondi

La tua email non sarà pubblicata. * Campi obbligatori



The Gentlemen's family

ElecTO Radio

Current track
TITLE
ARTIST