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Tutti i pensieri intelligenti sono già stati pensati. Occorre solo tentare di ripensarli” è una frase di Goethe. Me la ricorda l’Armando, su fb. Un vecchio amico, un fotografo straordinario. E un poeta autentico.

La nostra epoca ha uno strano mito. Quello di una, pretesa, originalità. Tutti vorrebbero essere “originali”, distinguersi dagli altri, dalla “massa”. E, per paradosso, soccombono alle mode più banali e volgari. Come la stralunata coppia di coatti Verdone /Gerini in “Viaggi di nozze”.

Mito grottesco. Che adombra, però, l’incapacità di comprendere cosa realmente sia pensare.
Perché il pensiero non ha alcun bisogno di questa, fantomatica, originalità. Termine, per altro improprio, visto che serve solo a mascherare l’effimero e lo strampalato.

Il mito, chiamiamolo così, dell’ originalità è cosa moderna. Modernissima. Un tempo non era così. Al contrario ci si fondava sul principio di imitazione. Imitare i grandi del passato. In tutti i campi. Era questo ad ispirare opere come Le Vite di Cornelio Nepote e di Plutarco. Modello, poi, ereditato dai cristiani, e trasferito nelle Vite dei Santi. E soprattutto nella narrazione di quella di Cristo, sommo esempio di virtù e perfezione. L’Imitatio di Tommaso da Kempis ne rappresenta il modello perfetto.

Dall’antichità in poi la cultura si è sempre fondata sugli Auctores. Ai quali ci si doveva il più possibile cercare di avvicinare. Insomma, si doveva andare a bottega, come facevano pittori e scultori. Che poi l’allievo superasse il maestro… beh era nelle cose. Leonardo da Vinci, ragazzino, andò a bottega da Andrea del Verrocchio. E cominciò imitando il maestro. Di quello che fu poi, inutile parlare…

Ma quello che Goethe voleva dire va, probabilmente, ben oltre un discorso, pur rilevante, sui modelli culturali. Implica la sostanza stessa dei pensieri. E delle percezioni, che nella concezione goethiana del mondo sono sempre, inscindibili.

Quando noi guardiamo qualcosa, la vediamo contemporaneamente con gli occhi e con il pensiero. La percepiamo attraverso i filtri della nostra cultura. Ovvero guardiamo alla vita e al mondo con occhi formati da una lunga, complessa tradizione. Un retaggio di cui siamo a malapena coscienti.

E il nostro pensare si abbevera ad una fonte comune. Come un piccolo rio che prende le sue acque da un grande, immenso fiume.

Tutto è già stato pensato. E i nostri pensieri non sono che la declinazione soggettiva, sovente deformata e deformante, di un pensare cosmico. Del pensiero che compenetra, sostanzia tutto ciò che percepiamo.

Perché, in fondo, tutto ci riporta a Platone. A quella caverna in cui si proiettano, deformate, le ombre. Le ombre delle idee. Perenni. Universali. Perché tutto ciò che conta è stato davvero già pensato. Con buona pace dei coatti inventati da Verdone. Che, in fondo, non sono neppure loro “originali”. Piuttosto maschere che risalgono a tempi remoti. Già pensate, appunto.


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