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Le emozioni sono cosa assai comune. In pratica le nostre giornate scorrono in un continuum di emozioni, ben poco, se non per nulla, determinate dalla nostra volontà. O controllate dalla nostra ragione. Collera. Gioia. Tristezza, allegria. Sorpresa .

E l’elenco potrebbe essere molto lungo. Escludendo, però, la noia. Che è piuttosto l’assenza di emozioni. E pertanto peggiore del dolore. Perché il dolore, in quanto emozione, ci fa comunque sentire vivi. La noia no. È il preludio alla morte interiore, come scrive Leopardi.

Però, per quanto comuni, le emozioni sono strane. Ci assalgono all’improvviso, spesso totalmente impreviste ed imprevedibili. Certo, vi è sempre un qualcosa o un qualcuno che le innesca, ma non è sufficiente per spiegarle. La cosiddetta Sindrome di Standhal ne rappresenta l’aspetto più estremo, che degenera in patologia. L’autore de “Il rosso e il nero” la sperimentò sotto forma di capogiro e tachicardia uscendo di Santa Croce in Firenze. Troppa bellezza. Troppa emozione. Non poteva reggere. I suoi eroi, fragili e chiaroscurali, ne sono la proiezione.

Le emozioni, se troppo intense, ci spaventano. Perché turbano il quieto stagno in cui vorremmo adagiarci e lasciar scorrerie l’esistenza.

Per gli uomini antichi non era così. Avevano un altro modo di sentire le emozioni, perché concepivano diversamente l’individualità. Una concezione meno massiva e compatta. Non si vedevano come delle monadi arroccate in se stesse, bensì come delle complessità, in cui interveniva l’azione di una molteplicità di esseri. Il loro mondo esteriore era sicuramente molto più semplice del nostro. Ma quello interiore incredibilmente più raffinato e complesso. Oreste, in Eschilo, è tormentato dal rimorso per aver dovuto uccidere la madre per vendicare il padre Agamennone.

Ma il rimorso, il tormento, si manifestano come le Erinni. Entità mostruose che solo lui può vedere, certo, e che invadono la sua anima. Tuttavia non sono lui. Entrano in lui, ma sono esseri indipendenti. Autonomi, e che quindi agiscono secondo una loro, specifica natura.

Noi riferiamo tutto al nostro “Io”. Abbiamo una visione egocentrica della vita e dell’universo che ci circonda. In realtà questo ci impedisce di vedere con chiarezza sia fuori che dentro di noi.

Nel buddhismo fondamentale è l’impermanenza. Pensiamo, o meglio concepiamo noi stessi come un blocco compatto, ma in realtà siamo solo un’aggregazione transitoria di una molteplicità di enti. Ne “Il piccolo budda” Bertolucci ne ha saputo dare un’immagine di rara efficacia.

Non è la nostra cultura. Non è la nostra tradizione. Da Platone sino ad Hegel abbiamo edificato una visione del mondo fondata sull’Io. Tutto viene riferito alla nostra individualità. Tutto filtrato attraverso il nostro Io. È la grandezza della nostra civiltà , ed anche la sua maledizione. Tornare indietro non è possibile, e neppure sarebbe giusto.

Tuttavia dovremmo riuscire a recuperare, in una dimensione diversa, il senso della complessità. Tornare a comprendere che vi sono più cose fra terra e cielo che in tutta la nostra filosofia, come dice Amleto, che dei dubbi dell’uomo moderno è il paradigma e l’emblema.

Io amo, io odio, io gioisco , io soffro… Questo Io è troppo pervasivo, ridondante, assolutizzante. E, a ben vedere, riduttivo. Piuttosto è l’amore che entra in me attraverso le porte degli occhi, e prende possesso del mio cuore, come ancora in Cavalcanti. Ed è un demone che mi ispira, invisibile, il rancore, la rabbia… L’inquietudine. Faust vede apparire Mefistofele, che dà forma ai dubbi, alle emozioni contrastanti che lo tormentano.

Le emozioni sono in noi. Sono spiriti, demoni, forse anche strani folletti che giocano con noi. Che rendono più varie e policrome le nostre vite. Ma, appunto, sono altro da noi, portano doni o maledizioni, ci fanno gioire e soffrire. L’errore, però, è identificarsi totalmente con esse, o peggio con una di queste. Che diventa ossessione e possessione . . È un errore che ci imprigiona. Un sortilegio che rischia di condannarci, nel tempo, ad una non vita. Alla paresi dell’anima o all’insoddisfazione perenne.


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