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Una volta, molto tempo fa purtroppo, una carissima amica mi disse che per lei la dimensione del sogno era, sovente, più concreta e reale di quella della veglia.

Che in sogno viveva un’altra vita, anzi una pluralità di vite, sempre mutevoli, sempre policromatiche.

Una ricchezza che non è cosa per tutti. Anzi i più non sognano, o meglio, come ci dicono le neuroscienze, non ricordano di sognare. Che poi, sotto un punto di vista non scientifico, è la stessa cosa. Infatti è la memoria del sogno quella che conta. Il permanere di immagini, sensazioni, emozioni oltre la soglia del risveglio. Oltre la barriera dell’aurora.

E questo perché si porta nella vita ordinaria un quid altrimenti assente; un qualcosa che ci dà forza e rigenera. Anche se poi tende, più o meno rapidamente, a svanire. Di qui l’incompiutezza di quel perfetto frammento che è il Kubla Khan di Coleridge. Un sogno restato sospeso, i cui contorno sono andati sfumando con il mattino. Per questo Ernst Junger teneva sempre accanto a sé penna e taccuino. Per annotare subito i sogni prima che svanissero.

Don Juan, lo stregone guerriero yaqui narratoci da Carlos Castaneda, sostiene che vi sono due tipologie umane: i cacciatori e i sognatori. Un dualismo molto suggestivo. Il cacciatore opera a testa bassa, seguendo le impronte delle prede, nella realtà. Concepisce la vita come lotta continua per la sopravvivenza. Tensione. Il sognatore, invece, ha la capacità di evadere in altre dimensioni, di viaggiare oltre il tempo e lo spazio.

Un grande manager americano diceva chi vi sono tre categorie di uomini. Quelli che si destano e cominciano a lavorare; quelli che anche da svegli continuano a sognare. E infine quelli che per un po’ sognano, e poi si danno da fare per realizzare i sogni.

In questa visione pragmatica si possono avvertire antichi echi. I sacerdoti/medici di Esculapio trovavano in sogno le terapie per curare i loro pazienti. Retaggio evidente di pratiche sciamaniche. I veggenti di tutte le culture operano essenzialmente nella dimensione onirica. E sempre in sogno si svolgono i mirabolanti viaggi ultraterreni antecedenti la Commedia, come la Navigatio di San Brandano.

All’inizio della Vita Nova, Dante sogna Beatrice. Sogno di intenso, ancorché sottile, erotismo. E ne trae il primo sonetto. Perché è la Donna sognata che lo ispira.

La donna infatti è spesso oggetto di sogni, prima di divenire poesia. Che poi è come protrarre il sogno con gli occhi ormai dischiusi.

Boccaccio sogna Fiammetta – Margherita d’Angiò, figlia di re Roberto e pertanto inavvicinabile dal figlio del mercante ser Boccaccino. E da quel sogno vengono le terzine dantesche de L’Amorosa Visione.
Sogna una donna che forse non esiste sul piano terreno, ma solo nel mondo delle idee, Leopardi.
Un sognare declinato al maschile. In cui la Donna, l’Amata è oggetto, come in Rudel, come ancora in Borges.
Perché per sognare l’uomo, per sua natura e retaggio cacciatore, ha bisogno della presenza della Donna. O della sua assenza.

La vera sognatrice, anche per don Juan, è infatti la Donna. Ma il suo sognare è diverso. In certo qual modo consustanziale alla natura. Lo si vede dagli occhi di certe donne, in certi particolari momenti. Anche se non ne sono coscienti, guardano sempre oltre la dimensione di quella che si chiama comunemente realtà. Vanno oltre. Si perdono in cosmi onirici da cui viene la poesia. E che per noi uomini sono ordinariamente inaccessibili. Questo, naturalmente, a patto che la donna irretita dalle sirene di una certa falsa modernità, non si trasformi in una imitazione del maschio. Perdendo così il dono di essere il ponte fra diversi mondi.


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