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Che cos’è la poesia? È una delle tante domande, più o meno oziose, che sovente ci si sente porre facendo gli insegnanti. O per lo meno quando – e accade sempre più di rado – capita di ritrovarsi davanti un allievo capace di porti (e di porsi) domande.

È una domanda che può avere cento risposte. E, in realtà, nessuna.

Si può parlare di prosodia e di metrica; di logopea, fanopea e melopea come fa Pound. Di struttura, contenuto e forma. Di scheletro e tessitura sulla scia di Foscolo. Ma sono tutte risposte parziali . Riguardano la poesia come appare, non per ciò che è. Sono classificazioni. Non ti dicono da dove la poesia provenga.

Goethe, negli Xenia, scritti in corrispondeza con Schiller, invita il giovane poeta a vigilare “quando l’ingegno e il sentir tuo si viene alzando“. Perché l’arte, la tecnica, serve a guidare. Ma non ad ispirare.

Senza la tecnica non vi è poesia, certo. Ma questa non è la poesia. Il Petrarchismo sta lì a dimostrarlo. La tecnica c’è, quella di Petrarca e, in alcuni casi, anche più perfetta. Pensiamo al Della Casa. Ma manca di sostanza. Di forza. Di passione. Manca l’ispirazione. È solo manierismo.

Già, l’ispirazione… Perché la vera domanda non è cosa sia la poesia. Ma da dove provenga. O da chi. La risposta, come spesso avviene, è già in Omero. E in Esiodo. Che i greci dicevano fosse anche più antico. La Musa. O meglio le Muse al plurale, visto che, da autore ad autore, il loro numero muta ed aumenta. È la Musa che canta al poeta . È la Musa che appare ed ispira.

Così anche presso i latini. Che in origine, si veda Nevio o ciò che ne resta, avevano le Camene. Divinità dei boschi, forse più primitive delle Muse greche. Ma comunque ispiratrici del canto. E comunque, e sempre, indiscutibilmente femminili.

Già, perché l’ispirazione poetica viene sempre da una figura femminile. Da una Dea. Da una Donna. Colei che accende il fuoco della creatività nel poeta, lo appassiona. E lo spinge a… fare. Perché poieo, in greco, altro non vuol dire. Fare. Ovvero plasmare le parole ed e suoni. Lavoro da artigiano, in fondo. Ma da artigiano toccato dalla Dea. Sedotto e preso.

Quando Carducci, con lo spiritaccio caustico che gli era usuale, affermò che “la poesia non è cosa per donne e per preti“, voleva dire proprio questo. Che il poeta è colui che ha un rapporto di passione, e quindi erotico, con la Musa.. E quindi non può essere lui stesso donna. O prete cui l’amore per la donna dovrebbe (condizionale) essere interdetto.

Caduta la fede negli antichi Dei, e perduta la percezione degli esseri che si muovono intorno a noi ed agiscono in noi, la Musa non è però scomparsa. Ha solo, se ci pensiamo bene, mutato modalità di manifestazione. Cambiato aspetto, vesti, nome. Ma non funzione.

La Musa è, però, donna. E, come tale, forza volubile. Inquieta ed inquietante. Come in un famoso ciclo di De Chirico. Il dono della poetica ha, come dicevo, una forte valenza erotica. La Musa diventa amata e amante. Ma il suo amore causa sofferenza. Sofferenza per l’assenza, se resta sogno o astrazione metafisica, come in Leopardi. Sofferenza per il rifiuto, o per l’improvviso mutare del volto, se incarnata in una donna terrena. La Lesbia di Catullo, la Delia di Tibullo, la Cinzia di Properzio… Tutta la poesia d’amore si innerva sul dolore.

Dagli occhi delle donne derivo tutta la mia dottrina, scrive Shakespeare. E non vi è forse genio artistico che non abbia avuto una, o più, Muse ispiratrici. Muse inquiete e sensuali come le donne ritratte da Klimt. Come la Banshee del miti gaelici. Una strana fata che canta e piange. Coi capelli al vento, fiammanti, e le vesti verdi. Ho sempre avuto il sospetto che Waterhouse l’avesse vista, e poi continuata a ritrarre in tutte le sue donne. Nell’Ofelia sopratutto. La Banshee si aggira tra laghi e colline. È una strana amante. Ispira musica e canto. Ma annuncia la morte. Si dice che Brian Boru, il Rosso, Ard Ri d’Irlanda, l’avesse incontrata nella notte che precedette la battaglia di Clontarf, in cui si gettò perdendo la vita. E Brian, il Dalcassiano, non era solo re e guerriero. Era anche cantore. Bardo. Che alternava la spada con l’arpa.

T. S. Eliot confidò ad Akroyd, il suo biografo, se vogliamo il suo Boswell, di aver pagato un prezzo troppo alto per essere poeta. Eppure aveva avuto una vita tranquilla, coronata dal successo. Il Nobel. La fama. Ma Eliot, forse, alludeva ad altro. A quella passione per una Musa inquietante che l’aveva colto in una Terra Desolata. E non l’aveva più abbandonato.


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