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La storia, non di rado, è fatta di uomini che incarnano emblematicamente lo Spirito del Tempo in cui vivono e che, in casi esigui, passano alla storia come degli anticipatori, dei precursori delle sorti future.

Trattasi di una certa sensibilità comune a pochi intelletti, di una singolare attitudine che, ben lungi da tarocchi e chiromanzie, non è spiegabile in termini razionali: pertanto s’ammettono credenti e miscredenti in scenari del genere, specialmente in un’epoca come questa, progenie furente della peggior tecnica, che disconosce a priori qualsiasi conoscenza soprasensibile e metafisica.

Tuttavia i tempi cambiano, il reale si raffina, si complica, e su questo concordano tradizionalisti e progressisti, seppur con diverse sfumature concettuali.

Dunque chi vive il “qui ed ora” oppure, per dirla in termini pirandelliani, sta in piazza e non racchiuso nella torre eburnea dell’ego, non faticherà a credere e riconoscere che presto diremo addio all’ultima fase del “secolo breve e invadente”, quella dell’unipolarismo statunitense, dei Fukuyama e dei Wolfowitz, del globalismo monocentrico.

Un’altra pagina verrà voltata. Perché la storia, come sentenziò Hegel, è un “banco da macellaio”, essa è dinamica pura in quanto prodotto costante di declini e rigenerazioni, di imperi affermati e aspiranti imperi, di forze vecchie e decadenti scalzate ciclicamente da altre vigorose e affamate.

La forza regna, la conservazione dell’energia vitale è determinante per imperare e legiferare. Acqua si alterna a Roccia, e viceversa: oggi, alle porte del momento storico del Dragone e dell’Impero di Mezzo, come secoli prima di Cristo, quando la falange macedone seppe soffocare sul ri-nascere la fiamma della trireme ateniese, aprendo così la strada all’epocale trionfo greco sulla piana dei Medi, toccando le sponde dell’Indo, fino alle acque oceaniche.

Davvero si fece storia universale.

Emblema della crisi e della transizione verso nuovi equilibri storici fu sicuramente Senofonte, storico di nobili natali caduto indegnamente nell’oblio vuoi per la faziosità della storiografia democratica di traditio occidentale, vuoi per inopportuni confronti con chi condivide con lui diverse opere in attivo, ossia Platone, termine di paragone fuori luogo per ragioni facilmente intuibili.

Figura sui generis e alieno dalle istituzioni ateniesi, sebbene nato nella pòlis cara a Pallade nel centrale demo di Erchia, deve la sua fama postera al proprio pensiero politico e alla singolare rielaborazione che ne ha saputo fare, al punto da essere passato, letterariamente, come precursore del “commentarius” e di quella che sarà la koinè imperiale alessandrina, mentre ideologicamente, come unico apologeta dell’assolutismo regale nella realtà di Pericle e Demostene.

Sostenitore convinto dei Quattrocento e dei Trenta Tiranni, intermezzi oligarchici ad Atene durante il conflitto peloponnesiaco, ma anche fiero soldato di Agesilao di Sparta, mercenario di Ciro il Giovane e grande ammiratore di Ciro il Grande: la sua visione del mondo si enuclea perlopiù dai trattati etico-politici della “Ciropedia” e della “Costituzione degli Spartani”, veri e propri manifesti ideologici degni di nota e studio.

Nel tradizionalismo politico di Senofonte, certamente influenzato dalla nobiltà sanguigna e dal gènos di appartenenza ma di natura ontologica ben più complessa, l’occhio attento riconosce le ultime tracce della Grecia arcaica ed aristocratica, oramai morta da tempo nella fluida e talassocratica Atene, ma ancora resiliente nel regno diarchico dei Lacedemoni come pure nell’Impero persiano, colossale tabù culturale dell’Ellade delio-attica.

Il filolaconismo e la stima per gli Achemenidi non sono dovuti ad un puro fatto di esteriorità o all’esaltazione faziosa del potere regio, ma anzi sono frutto di meditazione circa l’epifania dell’Idea perfetta, capace di attuarsi nella realtà attraverso la virtù umana, sia essa sapienziale o eroica.

Tale forma di governo, prediletta nei due esempi storici offerti da Senofonte, si trasfigura dunque in Ideocrazia: la “Kalokagathìa” tradizionale ellenica, in un arcipelago di polèis stregate dalla mediocrità demagogica, permane in Laconia vivificata dalla sacra legislazione di Licurgo e protetta dalle lance e dagli scudi dei nobili Spartiati; la “Noocrathìa”, il governo dei sapienti teorizzato ufficialmente solo in seguito da Platone ma già noto all’Oriente solare, ha il suo tempio regale a Susa ed è retta dallo scettro illuminato di un monarca giusto, “primus inter pares” e legislatore in una galassia di popoli lontani tra loro.

Il poligrafo si pronuncia a favore di un governo che si ponga al di là delle singole parti, che sappia mettere in sintesi armonica e organicistica i bisogni degli uomini, come delineato nello “Ierone” e nell’”Agesilao”: opposto alla barbarie e alla discordia oclocratica di Atene, traditrice della “pàtrios politèia” degli antenati, c’è l’ordine della gerarchia, al cui apice c’è colui che è vocato al buon governo fatalmente.

Lo Stato assume una veste sacrale, diviene ierocratico e universale; esso è fine e origine di tutti, non esclude nessuno; è il regno della pace e della prosperità, dell’esperienza al servizio della collettività.

Ed è proprio nell’unità degli intenti generali, il cui equilibrio è garantito per gran parte da un’educazione civile rigorosa sia nel corpo che nello spirito, che si decidono le sorti delle genti e delle potenze politiche secondo Senofonte: nel conflitto peloponnesiaco la democrazia ateniese, priva del proprio patrimonio tradizionale e gentilizio, ha mostrato alla storia la sua debolezza strutturale, cadendo vittima di politicanti dell’ultima ora e di vanagloriosi.

Le sconfitte sono già scritte quando, nel confronto tra parti, una di esse arriva celermente all’auto-negazione, all’auto-distruzione: la violenza è effetto della decadenza. Un monito per i tempi correnti.

In fin dei conti il pensiero di Senofonte è più attuale di quanto si possa credere, nonostante siano passati oltre due millenni dai tragici avvenimenti di quegli anni: cambiano gli attori, cambiano i protagonisti ma la storia è sempre retta da medesime leggi fisiche e metafisiche. Ieri la Grecia implodeva nel suo particolarismo geloso e fratricida, oggi l’Occidente si spinge progressivamente verso l’annichilimento totale, l’irrilevanza storica; ieri Atene smetteva di essere e creare civiltà, oggi l’Occidente misura il proprio grado di progresso solo ed esclusivamente coi prodotti della meccanica e della tecnoscienza.

E dunque le sue riflessioni, trascritte in numerose opere avveniristiche all’epoca per stile e contenuto, sono soprattutto un invito alla riconciliazione tra Ponente e Levante, alla messa in comune di destini e missioni storiche tra patrie eurasiatiche. E in ciò, la classicità potrà dire la sua.


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