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Paola Piana Toniolo, Atti rogati a Sassello dal notaio Giacomo di Santa Savina (1321-1324), Impressioni Grafiche, Acqui Terme 2018.

La pubblicazione del fascicolo che contiene gli atti sassellesi del notaio genovese Giacomo di Santa Savina va ora ad aggiungersi a quella, ben più voluminosa, dei suoi cartulari ovadesi realizzata nel 1991 dal Comune di Ovada in concorso con l’Accademia Urbense.

Paola Piana Toniolo, che nell’impresa di allora era stata affiancata dal compianto Emilio Podestà, si è sobbarcata in piena solitudine la nuova fatica di trascrivere, regestare e commentare in una limpida ed esauriente «Introduzione» – volta da un lato ad illustrare la figura del notaio e il suo cartulare e dall’altro a tracciare, per quanto possibile, un quadro della vita sassellese ai primi del Trecento – l’inedito mannello dei documenti rogati appunto a Sassello dal Santa Savina negli anni 1321-1324, durante la podesteria di Antonio Mariono.

Era questi un uomo di fiducia di Brancaleone Doria, l’anziano dominus loci che tuttavia è qui menzionato solo di sfuggita, come padre di Bernabò e come nonno dei suoi figli, negli atti, peraltro già noti, del luglio 1323 che concernono una tregua con Molare, allora sotto il dominio di Guglielmo marchese del Bosco. L’illustre personaggio – famoso perché Dante nel XXXIII canto dell’Inferno lo annovera tra i traditori dell’Impero imprigionati nella ghiacciaia della Tolomea quando, in realtà, è ancora vivo «e mangia e bee e dorme e veste panni», perché un diavolo «in sua vece» ne abita e governa, sulla terra, il corpo – a quell’epoca si trovava infatti in Sardegna, dove era impegnato nell’ambizioso progetto di costituire una propria signoria territoriale profittando della crisi del Giudicato di Torres.

Il figlio Bernabò il 26 aprile 1323 era salito di persona a Sassello, in castro, per risolvere una disputa ereditaria, ma, stando almeno a questi atti, non figura altrimenti presente in loco, dove a curare gli affari di famiglia provvede invece, con il podestà assistito dal notaio, il giovane suo figlio Cassano. I Doria, grazie a un’accorta politica matrimoniale e a tempestive acquisizioni, sull’aire della progressiva espansione genovese nell’Oltregiogo ai danni, in particolare, dei marchesi del Bosco e in concorrenza con gli Spinola, avevano nel frattempo consolidato, alle spalle di Genova, un ampio dominio territoriale che giunse a comprendere Lerma, Tagliolo, Sassello, Mioglia, Pareto e Rossiglione.

Il borgo fortificato di Sassello, per iniziativa di Brancaleone, era diventato «il centro maggiore della difesa e della forza dei Doria e dei loro alleati in terraferma». Siccome, però, il contesto politico in cui veniva a trovarsi era in perenne fermento, per non dire in condizioni di permanente instabilità, a causa delle tensioni alimentate dai potenti vicini – i marchesi di Monferrato, i marchesi del Bosco, Asti, Acqui, Milano, Genova e Savona -, occorreva tutelarsi dalle insidiose scorribande dei banditi e dei fuorusciti stipulando, di volta in volta, delle tregue ad hoc, che in genere duravano lo spazio di pochi mesi, fino al giorno di Natale o alla festa di Sant’Andrea. La stagione invernale fungeva poi da deterrente e da naturale ostacolo al prosieguo delle ostilità.

Ebbene, il 10 luglio 1323 è proprio Cassano Doria, affiancato dal podestà di Sassello, a nominare, d’accordo con i consiglieri del luogo, due sindaci-procuratori perché, a nome delle comunità alle sue dipendenze, concordino le condizioni di una tregua col marchese del Bosco e la comunità di Molare. Prima ancora Cassano, anche per conto delle comunità di Sassello, Mioglia e Pareto, aveva concesso una tregua analoga a Pagano dal Pozzo, signore di Melazzo, e a Danilo Trotti, signore di Visone e Orsara. In tal modo si garantivano una provvisoria pacificazione e la libera circolazione di uomini e merci.

Fu così che alcuni uomini di Sassello, danneggiati mentre andavano ad accipiendum bestias in Caxinellis et in poderio Saxelli, ottennero di venir prontamente risarciti, laddove, in assenza di una tregua, dodici barili di vino che tal Rubeo Baato avrebbe dovuto trasportare da Cremolino a Savona, furono conbursa tenpore conflictus in Saxello. E nessuno aveva provveduto a indennizzarlo.

Ma Cassano è protagonista di vari altri atti, tra i quali spiccano, per la loro singolarità, alcuni mutui davvero cospicui e a scadenza ravvicinata da lui concessi a persone di Mioglia che s’impegnano a restituirli dando per fideiussori una nutrita serie di parenti e amici. Si tratta – come ha suggerito Enrico Basso, autore fra l’altro della pregevole «Premessa» a questo volume – di «acquisti mascherati di legname per la costruzione di navi»: mascherati per aggirare i vincoli posti dalle comunità all’abbattimento degli alberi o, più plausibilmente, per non destare sospetti e allarmi negli avversari politici? Se così fosse, avrebbe pienamente ragione Jury Tynjanov a dire che «anche i documenti mentono come gli uomini».

A Sassello, ma anche negli altri loro dominî, i Doria, oltre ad alcuni mulini, possedevano pure beni feudali di vario tipo, tra cui, forse, carbonaie, ferriere e vetrerie: attività economiche di notevole importanza, che richiedevano un alto consumo di legname. Ma a Sassello e nei dintorni non difettavano certo i boschi, più o meno selvatici, adatti tanto al pascolo quanto al taglio. E nemmeno i castagneti. Le castagne, soprattutto quelle albe e siche, erano frequente merce di scambio e talora surrogavano il denaro. Per pagare locazioni, per integrare prestiti, per estinguere debiti. Nelle aree di montagna le castagne costituirono per secoli, anche dopo l’avvento della patata, una fondamentale fonte di sostentamento e proprio per questo motivo i castagneti erano accuratamente tutelati dagli statuti comunitari. Chi li danneggiava incorreva in pesanti multe. In uno degli atti qui trascritti, ad esempio, tale Pietro de Purpura è condannato a cedere quattro tavole di castagneto a Giacomino de Ymilia per risarcirlo del danno inferto a un suo albero di castagne.

E benché ci fossero altri alberi da frutta (si citano in particolare peri e ciliegi), non avevano certo altrettanta importanza. Come non l’avevano, del resto, altre coltivazioni, quali la segale, la spelta, la biada, il fieno, pure sporadicamente menzionate in questi documenti. Lo stesso frumento, qui citato una decina di volte, appare di secondaria rilevanza rispetto alle castagne. L’alimentazione dei sassellesi, a voler tacere dei proventi della caccia e della pesca, che in questi atti non sono mai considerate (a meno di non scorgerne un indizio nel nome del consigliere Otobonus troterius) ma che l’ubicazione del borgo induce a non escludere affatto, si avvaleva inoltre di ortaggi e di prodotti d’allevamento: carne, uova, latte, formaggi…

Sì, perché non c’è dubbio che Sassello agli inizi del Trecento si basasse su un’economia sostanzialmente agro-silvo-pastorale. Quantunque qui non si parli mai di pecore e di capre, la presenza di stazzi (denominati, un po’ misteriosamente, iossa), così come il commercio di lana filata e tessuta, non lasciano dubbi al riguardo. Quanto alle capre, la Toniolo rimanda opportunamente a un atto rogato dal nostro notaio a Ovada, dove il 21 ottobre 1288 Manfredo Scasso di Sassello aveva venduto un centinaio di questi animali. Nulla si dice dei maiali, che pure dovevano essere allevati, magari proprio nei recinti (ad iossam) contigui alle case. Espressamente documentate sono invece le “bestie grosse”: mucche, manzi e vitelli, ma anche muli: indispensabili, questi ultimi, per il trasporto delle merci lungo le aspre e tortuose piste di montagna.

Tra gli artigiani, più dei mugnai (e tra questi una mugnaia), più dei vetrai, colpisce la presenza, in un centro montano di modesta estensione, «dove tradizionalmente si faceva tutto in casa, compresi abiti e calzature», di ben due sarti. A spiegarla può forse contribuire la rivoluzionaria invenzione del bottone, che incise profondamente sulla moda dell’epoca, con il passaggio dagli abiti drappeggiati a quelli su misura, più aderenti al corpo e quindi più pratici e meno ingombranti.

Il tenore di vita degli abitanti sembra nel complesso discreto, ma il fatto che si ricorresse spesso a mutui o a prestiti di castagne, lascia intuire che non tutti se la passavano bene, foss’anche perché non tutti sapevano accortamente gestire i loro affari. È questo il caso di Pietro del fu Tomaso Galeto, la cui moglie, temendo che egli dilapidi pure i suoi beni dotali, ottiene dal podestà l’assegnazione di una cascina con i relativi prodotti.

D’altra parte, vuoi perché il numero delle imbreviature stilate dal Santa Savina non è particolarmente elevato (e può anche darsi che egli selezionasse i suoi clienti), vuoi perché a Sassello era attivo un altro notaio (Antonio Ferro), il quadro socio-economico del paese non può che essere parziale.

Lo dimostra il fatto che tra gli atti manca ogni riferimento alla vita ecclesiastica del luogo: gli unici religiosi che vi compaiono sono i frati del monastero maschile di Tiglieto e di quello femminile di Latronorio, per questioni peraltro di carattere laico. Nondimeno, questi atti sono a loro modo indispensabili per farci un’idea, sia pure approssimativa, della realtà sassellese nel primo Trecento.

E quindi gli storici hanno tratto e continueranno a trarre i loro auspici, perché – come giustamente asseriva l’indimenticato Geo Pistarino – «i saggi storici, per loro natura, sono inevitabilmente destinati a essere un giorno superati, mentre un’edizione documentale ben condotta ha un valore permanente». E basta questa citazione, che riprendiamo dalla «Premessa» di Enrico Basso, per riconoscere e ribadire i meriti della curatrice del libro.


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