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San Michele un tempo era una data importante. Tenendo ben poco conto del calendario astronomico e delle sue scadenze, segnava il vero inizio della stagione autunnale.

Nella mia città d’origine era il Santo patrono. Festa grande. Giostre. Bancarelle con i dolciumi, in particolare croccanti e mandorle caramellate, semi di zucca salatı, straccaganasse. Ovvero castagne secche, particolarmente gustose con un bicchiere di rosso. Che non poteva essere ancora il vin novo, quello che oggi, scimiottando i francesi, abbiamo preso l’uso di chiamare Novello. Quello sarebbe venuto di lì a poco, con i Morti. Insieme alle patate americane e alle caldarroste.

A San Michele, però, cominciavi già a pregustarle. A sentirne il profumo. Perché quella dell’Arcangelo era la festività che inaugurava il percorso verso l’inverno. Un percorso che si sarebbe concluso solo con le ricorrenze di fine anno. Natale, Capodanno, l’Epifania. Le tappe del Sole verso la sua resurrezione solstiziale, che si snodavano attraverso i Morti ed Ognissanti, poi San Nicola e, quasi alla vigilia del periodo natalizio, Santa Lucia. Tutte feste della Luce, celebrate per invocare la luce nel momento di massimo dominio della tenebra.

San Michele apriva la stagione e dava inizio a questo lungo viaggio. Non a caso. Perché Michele è un guerriero. E la sua è una festa agonica. Una battaglia. Michele che scaccia Lucifero – il portatore di luce falsa, ingannevole – nella Tenebra. Michele che combatte le tenebre. Come Marduk che combatte Apsu e Tiamaat, l’abisso e l’informe. E Marduk è il nome accadico di Michael. E ritorna nella leggenda di San Giorgio e il Drago, come nel dipinto del Carpaccio, alla Scuola di San Giorgio sulla Riva degli Schiavoni, in Venezia, la lingua del grande serpente alato trafitta dalla lancia. De Chirico ne darà numerose riletture. Una in particolare, cupa e barocca, con la fanciulla incatenata alla roccia che ricorda la Venere di Botticelli. Perché la lotta della luce con la tenebra libera la bellezza imprigionata nello scorrere ordinario dei giorni, nello squallore, duro e massivo, dell’esistenza.

San Michele segna l’inizio della stagione del sonno. La natura si ritrae in se stessa. Si cela. E con lei si celano gli spiriti incantati che hanno danzato e riso nei sogni di mezza estate. Oberon, Titania, Puck…

Vengono le piogge, e presto verranno brine e neve. La luce scende nel profondo della terra. Ma resta il presagio del suo ritorno nel colore delja zucca che arrostisce sul fuoco. E nel mosto che comincia a fermentare nei tini.


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