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Il Premio Cremona fu un concorso artistico che si svolse nella città di Cremona dal 1939 al 1941.

Ideato da Roberto Farinacci, il premio di pittura tentò di favorire il Fascismo nella pittura italiana ovvero, affermare (secondo la sua idea) la necessità di un arte figurativa di immediata comprensione tale da poter portare ad una corrente artistica legata al Fascismo stesso.

Il 10 luglio del 1938, il quotidiano cremonese “Il Regime Fascista” dava la notizia dell’istituzione di questo concorso dedicato alla pittura Fascista, la cui prima edizione si tenne nel 1939. Farinacci, ideatore del Premio Cremona, era capace di pensare l’arte in modo non convenzionale e, con il suo entourage, sapeva benissimo che il quadro ha uno statuto particolare all’interno del sistema della comunicazione, anche di massa.

Il quadro ha un’aura che lo colloca in una dimensione in grado di trasfigurare la realtà nel simbolo, insistendo su una dimensione accostabile a quella del sacro. Non è un caso che questa pittura, nei formati, nei materiali e nelle iconografie, volesse essere simile a quella religiosa. Trittici, affreschi, maternità e figure angeliche tornano con insistenza, mescolate ai simboli e ai riti del fascismo, in una pittura fatta per il popolo, di grande semplicità comunicativa, concepita per essere vista come in un grande rito collettivo. Tre furono le edizioni allestite, con altrettante tematiche obbligate: Ascoltazione alla radio di un discorso del Duce, La battaglia del grano e La Gioventù italiana del littorio.

Una parte significativa delle opere superstiti, sono oggi quindi una fonte iconografica rilevante per comprendere il registro della propaganda di regime negli anni che precedettero e coincisero con l’entrata in guerra dell’Italia. Ma sono anche un’occasione per riprendere lo studio della storia artistica di questo travagliato periodo, per decenni accantonata se non rimossa dalla storia dell’arte del Novecento italiano. Le opere sopravissute alla distruzione, alla mutilazione, in taluni casi sono state ridipinte (come il caso del quadro dei bambini ritratti nella colonia fluviale ove è palese la modifica censoria delle braccia inizialmente dipinte nell’atto del saluto romano), in altri hanno cambiato nome; tuttavia raffigurano il linguaggio dell’arte che ci racconta uno spaccato della società italiana dell’epoca, fatta anche di contraddizioni.

Tuttavia sul premio Cremona nel dopoguerra calò come una mannaia il giudizio della storia e della storia dell’arte: per Giulio Carlo Argan, che fu per due anni membro della giuria, la pittura a Cremona era considerata “solo immondizia” e i pittori venivano giudicati alla stregua degli imbrattatele o, tutt’al più, “mediocri illustratori al servizio del fascismo”. Già, quel Giulio Carlo Argan membro della giuria del Premio Cremona come rappresentante del Ministero dei Beni Culturali, che viene ritratto nella foto insieme a Ugo Ojetti, Ardengo Soffici, Arturo Tosi, Felice Carena e che mostra con fierezza la sua “cimice” (il distintivo del PNF) sul bavero della giacca, fatto salvo poi nel dopoguerra divenire il più feroce critico dell’architettura, dell’arte e della pittura degli anni Trenta, dimentico (alla stregua di molti prosseneti italiani) di aver fatto parte della giuria del Premio Cremona, di essere stato membro importantissimo del ministero dei beni culturali, di aver contribuito alla stesura di un libro nel quale esplicita e descrive con convinta sicurezza le opere erette attorno ai monumenti artistici principali, volte alla tutela degli stessi dai bombardamenti angloamericani.

Lo stesso Giulio Carlo Argan che mantiene la sua cimice sul bavero anche durante il periodo della Repubblica Sociale, gettandola in Arno solo quando vede di fronte a se i soldati inglesi, diventando immediatamente un fervente antifascista e profondo anglofilo. Sua l’invenzione degli striscioni appesi ai camion americani all’ingresso della città di Firenze, carichi di opere d’arte, dove fece scrivere “le opere d’arte fiorentine tornano dall’Alto Adige nella loro sede”, mistificando completamente questo capitolo di storia in quanto – come ben spiegato nel libro di Andrea Carlesi – le opere d’arte non furono trafugate ma bensì trasferite all’interno del castello di Bressanone dal Kuntschuz, il corpo militare della Wehrmacht creato appositamente per proteggere e tutelare le opere d’arte e gli edifici storici in Italia dai bombardamenti angloamericani indiscriminati (vedasi la Cappella degli Scrovegni a Padova solo per fare un esempio) e dai furti che gli stessi angloamericani fecero con i quadri (vedasi la Pinacoteca di Littoria) al pari di quanto fece un ufficiale tedesco dei Fallschirmjager su ordine di Goering.

Il giudizio di Argan, “storico dell’arte”, che fu anche membro della giuria, appare oggi capzioso, sommario, sbrigativo e volto solo a ricrearsi quella verginità e quell’aurea di antifascista che di fatto non ebbe quando andava a ritirare lo stipendio durante il regime. Se, infatti, è assodato che l’esposizione venne istituita con finalità più politiche che artistiche, risultano palesemente evidenti in tutta la loro complessità anche le ragioni dell’arte, ben al di la delle intenzioni e delle strumentali motivazioni del suo ideatore, Roberto Farinacci. Al contrario, oggi, le approfondite conoscenze sui pittori e sui dipinti stessi, hanno ricostruito lo spessore di molte personalità precedentemente sconosciute, o sottovalutate per via del “giudizio dogmatico universale” di Argan. Oggi sappiamo ad esempio che non tutti furono Fascisti e, soprattutto, che molti di loro furono bravi e capaci pittori. Inoltre, è cambiato anche il rapporto col periodo storico nel quale vennero dipinti i quadri, accantonati rimossi dalla storia dell’arte del Novecento Italiano proprio da chi fu membro giudicante del comitato scientifico del Premio Cremona.

Di ben altro spessore e caratura intellettuale e morale, la figura di Giuseppe Bottai (peraltro cugino di mio nonno), presente con un suo discorso letto all’inaugurazione del Premio Cremona. Per Bottai il Fascismo doveva trasformare lo Stato e la società italiana grazie alla sua carica sociale e modernizzatrice: ciò ebbe un riflesso nella disciplina dei rapporti di lavoro e nella politica culturale del ventennio. Sotto il primo profilo, la dottrina del corporativismo e la Carta del Lavoro furono esempi fondamentali dell’ideologia di Bottai e del suo operato. Nel 1931 progetta di fare delle strutture universitarie pisane il polo nazionale del corporativismo attraverso l’attivazione del Collegio Mussolini e del Collegio Nazionale Medico, annessi alla Scuola Normale Superiore, oggi confluiti nella Scuola Superiore Sant’Anna.

Ad esso si ricollega sia il suo operato come ministro (risale al 1940 la riforma del sistema scolastico del Regno d’Italia, nota come Riforma Bottai), sia la sua attività editoriale, culminata nella fondazione della rivista quindicinale Primato. Sempre aperto al dialogo con i giovani intellettuali in odor di “fronda”, che esercitavano cioè un’opposizione al regime e che trovarono sulle pagine di Primato uno spazio di espressione e di dibattito, Bottai è noto per essere stato un Fascista atipico (o un Fascista critico): anche se non apertamente, sulla sua Rivista Critica Fascista, criticava la censura ed il conformismo Fascista.

Uno dei suoi intenti fu sempre quello di cercare di attirare i giovani al Fascismo. Scrisse su Critica Fascista: “I giovani devono contestare tutto, devono distruggere per poi ricostruire tutto. Poco importa se tutto rimane come prima, soffocare quindi questa eversione dei giovani è impossibile. Bisogna quindi saper cogliere il meglio da queste avanguardie culturali giovanili”.

La dialettica e la critica al Fascismo normalizzato in regime e, a suo modo di vedere, con una carica rivoluzionaria minore delle origini, doveva venire dall’interno del Fascismo stesso, rendendo essenziale l’apporto di giovani ed intellettuali. Per Bottai la Rivoluzione Fascista era incompiuta e il Fascismo doveva restare “rivoluzione permanente”. Bottai appoggerà in toto la creazione del Premio Bergamo che tentò di ostacolare e controbattere il Premio Cremona. I tempi bui della guerra però presero il sopravvento su tutto e tutti.

Oggi si avverte e si ravvisa sempre più il desiderio, la volontà, la necessità di una maggiore conoscenza, di giudizi meno sbrigativi e trancianti e soprattutto, di un supplemento di intelligenza e di onestà intellettuale nel giudizio, anche se a molti proprio manca del tutto, e non solo l’onestà e la coerenza. Tuttavia, per molti, è ancora più comodo rimuovere: la rimozione consente di non fare i conti, fino in fondo, con la propria storia e con i propri errori. Da entrambe le parti. Ai più, rammentiamo quindi la celebre frase di Cicerone: “la memoria è tesoro e custode di tutte le cose”.


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