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Borges dice che, in fondo, quattro sono le storie. Solo quattro: una città assediata e difesa, ormai, senza speranza. Un uomo che torna dalla guerra, in un viaggio fantastico e periglioso. Una ricerca di qualcosa di, apparentemente, irraggiungibile. Infine, la storia di un sacrificio. Un Dio, o un eroe che si sacrifica. A se stesso. Iliade, Odissea, gli Argonauti. E poi l’Edda, il mito di Odino che si impicca da solo alla forca. Per morire e rinascere. Nella sapienza.

Sono scelte, naturalmente. Dettate da predilezione, consonanze interiori. Come sempre avviene. Io, ad esempio, vi aggiungerei la storia di un esule alla ricerca di un approdo. E di una nuova patria. L’Eneide, insomma. Ma non farebbe molta differenza. Quello che conta è che, come chiosa il poeta argentino, sono le storie che abbiamo raccontato dall’inizio del tempo. E che continueremo a raccontare, sino a che il tempo non cesserà di scorrere.
Equivale alla risposta data da Withead ad uno studente che gli chiedeva cosa mai fosse la filosofia. Platone ed Aristotele. Il resto è commento.
Non solo in Europa. Non solo in quello che siamo ormai usi chiamare Occidente. In Cina vi sono, a fondamento, i Quattro Classici. I tre regni, I briganti, Il viaggio, Il sogno della camera rossa. Tutto l’immaginario cinese è in quei quattro libri . Ed il pensiero è tutto in Confucio e Lao Tze.
Questo si chiama Canone. Harold Bloom, il più grande studioso di Shakespeare della nostra era, ha tentato di delinearne uno per la nostra cultura. Un “Canone occidentale”. Dante e Shakespeare, la personalità dell’autore che tutto pervade e la mimesi più assoluta. Poi Cervantes, Montaigne, Goethe. Poco altro. In fondo non serve . Quello che conta è l’individuazione di modelli. Di archetipi, da cui tutto deriva.
Viviamo in un’epoca che non comprende più il Canone. Che alberga il falso mito dell’originalità. E, proprio per questo, è la più banale che la mente umana ricordi .
Possedere un canone, farlo proprio, metabolizzarlo significa inserirsi in una tradizione. Avere una chiave interpretativa del mondo e delle emozioni. Navigare seguendo una rotta, non a vista. Il consumismo mediatico, l’assurdità del politically correct hanno scardinato tutto questo. Siamo precipitati in quella che Bloom chiama l’età caotica. L’informe, che è per sua natura demoniaco. Ossessione e possessione.
Così siamo in balia dei venti e delle correnti. Non riusciamo più a dare un senso agli accadimenti. Alla nostra vita. Ci lasciamo esistere, finché dura. Il canone è il timone e la gomena. Non risolve i problemi. Non ti scherma dal dolore. Ma ti permette di comprendere il destino.
Se patisco una passione, la filtro con le parole di Catullo e Properzio. Soffro lo stesso. Ma questa sofferenza diviene esperienza di bellezza. Mi fa crescere interiormente. Non mi devasta.
I miei occhi assumono la capacità di guardare alle cose, agli eventi da lontananze antiche. Di per sé è già una risposta. La confusione della vita pubblica e privata è anche il portato del non avere più un canone. Di non saper più leggere gli eventi. E quindi di essere inetti a trovare risposte e soluzioni.
Ogni cosa può essere nobile o squallida. Dipende da con che occhi la guardi. Non è illusione, però. Quella è negare la realtà dei fatti. Restare prigionieri di fantasticherie senza sostanza. Vittime di noi stessi, e prede masochiste di altri. Ti impedisce di vivere. Di sentire. Ti condanna ad una solitudine sempre più deprimente.
Il canone, invece, fa sì che tu trovi il coraggio per affrontare gli snodi cruciali dell’esistenza. Perché non sei solo. Dietro a te c’è una lunga tradizione di forza e saggezza cui puoi abbeverarti.


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