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In un dipinto giapponese, uno di quei dipinti a china su carta di riso con i colori acquosi e (volutamente) sfocati, opera della lunga e fertile era Tokugawa, appare un uomo in preghiera.

In realtà è solo una sagoma avvolta nel kimono, inginocchiata in un atteggiamento che intuiamo di reverenza. Figura appena tracciata perché immersa nella nebbia. E tutto è avvolto da questa nebbia tratteggiata con mano sicura.

Il titolo è “Il tempio fra le montagne“, ma le montagne traspaiono appena, in una lontananza velata. E il tempio non compare. È assente. Eppure dà il titolo all’opera.

Perché talvolta l’assenza è più incidente della presenza.
Non voglio, certo, riferirmi al concetto espresso da Nanni Moretti in “Ecce Bombo” : mi si nota di più se vado.. O se non vado. Non si tratta di un comparire o apparire sociale o mondano, bensì di un altro tipo di assenza. Un’assenza che si potrebbe, forse, osare definire come metafisica.

È ancora, in certo qual modo, il tema della donna assente. Il Leopardi della Canzone Alla sua Donna. Dove quel “sua” non sta a significare un qualche tipo di possesso, bensì un’idea , un sogno, forse intravisto, mai concretizzato. Una possente assenza, dunque.

Perché l’assenza non è il vuoto. Non è la voragine della dimenticanza che tutto divora e spegne. L’assenza può essere evocata da un suono, da un riflesso di luce… E divenire d’improvviso concreta. E struggente.

Ascoltate il Valzer degli Addii suonato con le cornamuse. Cornamuse che gli highlander scozzesi suonavano scendendo in battaglia, per chiamare a raccolta ed incitare, più che i vivi, gli spiriti dei morti. Gli assenti, dunque. Che venivano a combattere al loro fianco.

Nel finale di Senilità di Svevo, Emilio si lascia con Angiolina. Ma non prova un senso di vuoto. Perché l’Angiolina della sua immaginazione, l’Angel, nessuno potrà mai portargliela via. Perché è un’assenza che continua a parlare ed amare nella nebbia.

Inutile quasi ricordare che l’assenza di Beatrice, dopo la morte, diventa ancora più forte della sua presenza in vita. E si fa motore dell’immane disegno della Commedia. Che è, come scrisse Ferretti, il Poema del desiderio. Il desiderio per Beatrice. Per la Donna Assente.

Nella nebbia i contorni delle cose spariscono. I colori si attenuano. Le stesse parole pronunciate risuonano lontane e ovattate. Resta ciò che mai è stato detto, compiuto, osato.

Ma la nebbia non è la fine. Ha una sua magia.
Trasforma il vuoto in assenza.
E l’assenza in una presenza ancora più forte di ogni realtà. È ciò che si intravede, anzi si intuisce soltanto dietro lo squarcio nel cielo di carta del teatro dei pupi di Pirandello. È la Dulcinea che don Chisciotte insegue, sapendo, nella sua follia, che mai gli sarà dato di raggiungerla.

È quel tempio fra le montagne che non si vede, assente e perciò ancora più splendente, in quel dipinto di un pittore giapponese di cui neppure ricordo, ormai, il nome.


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