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In alcuni canzonieri provenzali, le poesie trobadoriche erano precedute da brevi introduzioni (razos) che, oltre a chiarirne i contenuti, esponevano gli eventi da cui traevano origine le singole composizioni.

Lo stesso Dante, nella Vita Nuova, non mancò di inserire alcuni passi per narrare l’occasione o i motivi che gli avevano ispirato sonetti e canzoni. E le chiamò “ragioni”.

Non so se Gianni Repetto abbia tenuto presenti tali illustri modelli nel corredare queste sue Poesie in forma di canzone di puntuali e godibili commenti che consentono al lettore di entrare, per così dire, nel laboratorio del poeta e di gettare, di conseguenza, uno sguardo ravvicinato nel tessuto vivo del canzoniere, sì da coglierne lo spirito e, appunto, le ragioni profonde; comunque sia, soprattutto per i testi in dialetto lermese, le spiegazioni che li accompagnano non sono soltanto didascalicamente utili, ma valgono anche ad integrarli. Ne sono, insomma, organici prolungamenti, appendici vitali. Inseparabili come ombre proiettate da corpi in movimento.

Il risultato è un prosimetro sui generis, in quanto, trattandosi di canzoni, vanno sottintese o immaginate le partiture musicali. Ma, se è per questo, pure le liriche dei trovatori presupponevano una componente melodica che oggi non siamo più in grado di ricostruire.
Al centro di queste poesie, per lo più ballate, ma anche blues e trenodie, canti di protesta o di maledizione, sta il tema (e il problema) della memoria: non tanto la memoria collettiva che è compito degli storici e delle istituzioni salvare e salvaguardare, vale a dire la historia rerum gestarum, delle imprese e degli snodi fondamentali che hanno caratterizzato il cammino dell’umanità, quanto “la memoria collettiva autoctona”, quella che sta alla base dell’identità stessa dei popoli, delle singole comunità, delle loro specifiche tradizioni.

E se, da un lato, sappiamo tutti che la trahison des clercs ha spesso portato a distorcere gli eventi del passato, a farne un uso ideologico o di parte, vuoi con falsificazioni più o meno sottili, vuoi con sapienti omissioni, al punto di ridurre la storia ufficiale ora ad una mera histoire-bataille ora addirittura ad una parata di “eroici furfanti”, trascurando – come ebbe a denunciare il Manzoni – sia le vicissitudini dei volghi dispersi e senza nome sia degli umili, delle “genti meccaniche e di piccol affare”, dall’altro l’alta cultura, quella “colta”, in nome di una razionalizzazione forsennata, ha sacrificato o mortificato la cultura popolare. Come ha ben documentato Piero Camporesi.

Solo di recente fenomeni culturali, materiali e immateriali, espressione della vita dei ceti contadini e agropastorali come i rituali festivi, i saperi naturalistici locali, le espressioni musicali e coreutiche tradizionali o di tradizione orale, hanno vista riconosciuta una loro dignità, tanto da essere finalmente compresi nella nozione di “patrimonio”. Peccato solo che, nel frattempo, i buoi avessero già lasciato in gran parte le stalle.
Questa, però, non è certo un’imputazione che si possa muovere a Gianni Repetto, il quale, sia nelle vesti di autore sia in quelle di operatore culturale, ha sempre posto al centro dei suoi interessi e – dirò di più – delle sue passioni la preservazione e la promozione della ruralità, dei valori comunitari, dei saperi (e dei sapori) contadini, dei mestieri artigianali, di un modo di vivere più genuino, più aderente alla natura e alla cultura dei luoghi, alle radici e alla tradizione: al retaggio, insomma, che ci hanno trasmesso i nostri “maggiori”.

Per Gianni la tradizione non è né un idolo né un fossile, bensì la nostra carta d’identità (che cambia con noi). È l’esempio e la lezione che ci vengono dai padri. Gli antichi usavano la bella immagine della traditio lampadis: ogni generazione illumina la successiva e se la continuità si spezza, ci si ritrova come noi oggi: al buio. «Tradizione – diceva Mahler – è la custodia del fuoco, non l’adorazione della cenere». «È – aggiunge Stefano Zecchi – amore e rispetto del presente, non venerazione delle ceneri del passato». Ed è appunto dal presente, dallo stato attuale delle cose, che si deve partire se si vuole comprendere nel suo giusto significato l’operazione tentata, in vari modi e in varie forme, da Gianni. Di essa si potrà anche discutere, ma non della sua coerenza, attestata pure da questo suo ennesimo libro.

La parola d’ordine è: resistere! Al dilagare della globalizzazione, al pensiero unico, al collasso delle culture, all’omologazione dei gusti, alla standardizzazione dei consumi, al dominio della finanza transnazionale, allo strapotere delle multinazionali, all’atomizzazione della società, alla riduzione delle masse – inebetite dai media e sempre più vittime inconsapevoli di pifferai magici – allo stato molecolare… Tutto è successo in brevissimo tempo, quantunque già l’esodo dalle campagne e la graduale scomparsa dai nostri borghi delle attività tradizionali fossero sintomatici segnali d’allarme. A saperli cogliere.

Ma l’inebriante euforia del boom economico che pareva allora promettere “magnifiche sorti e progressive” illudeva tutti. O quasi. E fu così che le nostre comunità presero via via a sgretolarsi e i borghi di campagna a svuotarsi. Una febbre incontrollata di edonismo e di consumismo esasperato contribuì a rendere sempre più obsoleta e finanche patetica nella sua assoluta mancanza di appeal la “filosofia di vita” dei nostri padri, fondata sulla sobrietà, sulla solidarietà, sulla fatica, sullo spirito di sacrificio, sul differimento della gratificazione. “Tutto e subito”, divenne il motto delle nuove generazioni, impazienti di rescindere il cordone ombelicale che ancora le legava al passato: un passato di cui si vergognavano, che volevano dimenticare. Fu una sorta di parricidio quello che si consumò. Ed eravamo appena agli inizi.

Il peggio doveva ancora venire: alla “desertificazione commerciale e relazionale delle nostre comunità” tenne dietro una vera e propria “mutazione antropologica”. I nostri borghi divennero terra di conquista di nuovi e vecchi barbari, di speculatori e di vacanzieri, che ne fecero dei dormitori e dei luoghi di loisir, con gravi ricadute sull’estetica del territorio, sulle condizioni dell’ambiente e sullo stesso tessuto socio-culturale. Repetto, al riguardo, parla di “spettacolarizzazione della campagna”. E la vede come un oltraggio all’eroica tenacia di quei pochi, pochissimi contadini sopravvissuti alla diaspora e alla desertificazione che, in una viscerale “empatia con il territorio”, seguitano a “ricamare la terra”, insensibili alle ingannevoli sirene della modernità.
Ma egli non si ferma qui: la sua non vuole essere un’opera di sterile e nostalgico vagheggiamento (nessun idillio, nessuna Arcadia all’orizzonte) e nemmeno una farsesca rievocazione in chiave di folcloristico compiacimento. No: Gianni si propone di “riannodare concretamente il filo che ci lega al nostro passato”. E lo fa, anzitutto, con il recupero della lingua: in questo caso il dialetto lermese, che è appunto A léngua da memória del titolo e della maggior parte delle canzoni qui raccolte (seguite, non a caso, da alcuni Canti furèsc-ti, in lingua italiana).

Lingua materna, il dialetto, “che riceviamo imitando la nutrice, senza bisogno di alcuna regola” (Dante): qui, anzi, succhiata ’ncu u lête dalla madre. Lingua per sua essenza musicale, che parla al cuore, che ridà vita, con la sua irriducibile sonorità, alle neiges d’antan e, insieme, consente di ritrovare la comunità perduta, con le sue storie, ora allegre ora tragiche, con i suoi personaggi, le sue voci (battute scherzose, alterchi, saluti, richiami), le sue vie, i suoi vicoli, le sue piazzuole, le sue botteghe artigiane, i suoi interminabili pettegolezzi. Nelle canzoni, per lo più ballate, con tanto di ripresa (o ritornello), in genere suddivise in quartine ricche di rime (spesso baciate) e di assonanze, sfilano legére, cantafóre, mulitta, cabané o becelli, insieme con altre figure eccentriche e svirgole che sembrano uscite da certe canzoni di De André o dall’Antologia di Spoon River.

Sono spaccati del paese, colto ora nei suoi tratti pittoreschi, ora nella sua ordinaria quotidianità, fervido sempre di umori e sentori indelebilmente impressi nella memoria, alla pari dei modi di dire, dei proverbi o delle filastrocche che s’innestano con naturalezza su favole e leggende popolari di larga diffusione e finanche di derivazione dotta. E sono il brusìo, la vitalità del borgo ad essere così recuperati, nelle loro declinazioni stagionali, in tutta l’esuberanza dei loro traffici e delle loro occupazioni, non meno che nelle pause di svago, di gioco, di conversazione.

Per Gianni è un nostos, ed è quindi inevitabile l’intenerimento nostalgico, se pur temperato dall’ironia. A contatto con quel mondo – ahimè, in gran parte perduto – egli ritrova nuove energie e rinnovata ispirazione. Come Anteo dal contatto con la madre Terra. Ritrova soprattutto le radici stesse del suo essere, del suo canto.

Non è un caso, infatti, che egli ricordi la bottega del padre calzolaio come un autentico luogo di formazione ovvero come un teatro di cui il padre era, appunto, il cuore e il regista. Ebbene, quel “teatro”, non era soltanto “uno stimolo incredibile alla fantasia”, sì anche una scuola di drammaturgia, con la sua straordinaria varietà “di toni e di registri di voce, di mimiche facciali e gestuali e, addirittura, di messe in scena preparate a fini specifici. E tanto ridere, proprio, come si suol dire, da pisciarsi addosso”. Si capisce dunque perché quel padre rappresenti per lui “la bussola” di ogni suo agire e di ogni sua forma di scrittura.
Se nelle canzoni in dialetto c’è spazio pure per qualche allegoria, in quelle in italiano proseguono gli omaggi alla civiltà contadina, attraverso la rievocazione della vita dei cabané, “compagni di muli e di buoi montagnini”, contraddistinti a volte da una “sensibilità di tipo animistico” che li portava a “risparmiare” delle piante per la loro sacrale bellezza. Una canzone è dedicata al padre contadino, alla viticultura e a tutti quelli che, come lui, non ci sono più, perché “sono andati a vendemmiare in cielo, / là il mosto è più gustoso, / profuma di Dio”.

Di taglio brecthiano, nel suo incipit anaforico e nel suo “spirito giustizialista”, è quindi la prima di cinque canzoni politiche, in cui il poeta accusa politici e mercanti “di essere i responsabili dell’attuale disgregazione sociale” o tocca temi d’attualità come l’immigrazione, contaminando temi fiabeschi con rimandi all’Odissea e ai Vangeli. L’esuberanza libertaria di Repetto, mortificata dalla realpolitik e dal “burocratismo ottuso dei rituali di partito”, ha modo di sfogarsi nella commemorazione della Resistenza (e dell’eccidio della Benedicta) e di un compagno valtellinese andato incontro a un tragico destino. Chiudono la raccolta – a voler trascurare il finale omaggio a Kant – quattro canzoni d’amore, dove l’ambiguità del sentimento e la sua dulcis amarities (il glukúpikron di Saffo) trovano esemplare espressione in una personale reinterpretazione dell’odi et amo di catulliana memoria.

Gianni Repetto, A léngua da memória. Poesie in forma di canzone, Impressioni Grafiche, Acqui Terme 2018


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