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Impresa non così banale quella di parlare della felicità e dei modi in cui la si può raggiungere. Salvo poi soffermarsi su quella che Antonio Pascale, nel libro Le aggravanti sentimentali (Einaudi, 181 pagine per 18,50 euro), definisce “la domanda fondamentale della filosofia” secondo il giovane Camus nel Mito di Sisifo: “perché non ci suicidiamo?” .
Pascale si pone a sua volta il quesito davanti ad un fornello in attesa che il caffè salga su. E’ una domanda che fa da trama alla sua narrazione. Un racconto che si districa nel vissuto di un amico con una dubbia etica amorosa, donne fragili alla ricerca di una stabilità sentimentale, giovani artisti che cercano conferme in un mondo che pare non volerli.
I tentativi di dare una risposta, sono appunto, tentativi. Non si trovano soluzioni. Si resta con il punto di domanda sospeso nella testa. E Pascale continua a divagare, dividendo la razza umana in due sottotipi: deontologici o consequenzialisti.
I primi sono quelli che pensano non di debba mai “abdicare a certi valori che sono eterni”. Scientemente decisi che se una cosa è buona, è anche giusta, quindi eterna, e non abbandonano la posizione, accada quello che accada. Sottotipo minoritario.
Poi ci sono i secondi, che invece pensano alle conseguenze delle proprie azioni mano a mano che si presentano. Sono flessibili diciamo. Forse opportunisti, in ogni caso come si direbbe ora “resilienti”. Si piegano e non si spezzano. Dal racconto Pascale li fa uscire meglio. Più adatti a questo mondo.
Vince insomma chi si adatta. Un richiamo alla teoria di Darwin che, evidentemente, premia.


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