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Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene. Non fate troppi pettegolezzi.

Con queste poche parole scritte poco prima di suicidarsi, il 27 agosto di 68 anni fa ci lasciava Cesare Pavese, uno dei più grandi scrittori della letteratura italiana del ‘900.

Pavese nasce a Santo Stefano Belbo, in provincia di Cuneo, il 9 settembre 1908. Negli anni del ginnasio sarà allievo di Augusto Monti e compagno di classe di una generazione di grandi, da Norberto Bobbio a Massimo Mila, da Franco Antonicelli a Leone Ginzburg. Nomi che costituiranno l’ossatura dell’antifascismo torinese.

Pavese si laureerà con una tesi su Walt Whitman e da lì nascerà il suo viscerale amore per la letteratura anglo-americana. Pur frequentando gli ambienti dell’antifascismo torinese, Pavese non militerà mai attivamente, tuttavia nella retata del 1935 contro il gruppo di Giustizia e Libertà finirà coinvolto anche lui per via di alcune lettere che egli custodirà per conto di Tina Pizzardo “la donna dalla voce rauca” di cui Pavese era follemente innamorato.

Sconterà un anno di confino a Brancaleone Calabro, qui inizierà la stesura del diario “Il mestiere di vivere”, che accompagnerà l’autore fino a pochi giorni prima della morte. Tornato a Torino dal confino scoprirà suo malgrado che Tina si è sposata. La delusione è forte e Pavese riverserà le sue energie nella scrittura.

Nel 1936 pubblica una raccolta di poesie dal titolo “Lavorare Stanca”. Inizia contemporaneamente l’attività di traduttore. Faulkner, Steinbeck, Dos Passos saranno gli autori che lui inizierà a tradurre. Si occuperà anche di letteratura inglese con la traduzione delle opere di Dickens e Joyce.

Nel 1941 pubblicherà il primo romanzo Paesi Tuoi, seguirà l’anno successivo l’opera La Spiaggia. Durante la seconda guerra mondiale non parteciperà attivamente alla Resistenza rifugiandosi nel monastero di Serralunga di Crea nel Monferrato.

Finita la guerra per riscattarsi dalla mancata partecipazione alla Resistenza farà una scelta che spiazzerà molti, si iscrive al partito comunista italiano e inizia a collaborare all’Unità.

Questo è il periodo più fecondo per Pavese nel 1948 pubblica il Compagno, sempre nello stesso anno esce La bella estate.

Nel ’49 darà alle stampe La casa in collina incentrato sul tema della Resistenza nelle langhe piemontesi.

Nel ’50 uscirà il suo capolavoro che gli varrà il premio Strega, “La luna e i falò”, dove sono condensati tutti i temi della narrativa pavesiana e dove ancora una volta le Langhe sembrano essere il centro del mondo e dove si addensano i ricordi di una famiglia durante il periodo della guerra partigiana.

Pavese è all’apice della sua carriera di scrittore quando un’altra pesante delusione amorosa con l’attrice americana Constance Dowling farà maturare in lui la scelta di farla finita.

Quella profonda depressione che l’aveva accompagnato durante tutta la vita, unita alla sua solitudine e alla sua incapacità di darsi agli altri, hanno segnato la sua vita come le sue opere.

Rimane un gigante della letteratura italiana del’900 che ha saputo interpretare come pochi i disagi di un’intera generazione.


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