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Ancora un quadro di Waterhouse. Ancora una donna con i capelli ramati. In un giardino, che odora, con volto assorto, una rosa. Lo so, direttore, è immagine non nuova in questi miei articoletti… ma che ci vuoi fare? Abbiamo tutti le nostre idee fisse.

Comunque, questa donna mi lascia come l’impressione che non stia semplicemente godendo del profumo del fiore. Che stia andando ben oltre. Che gli stia parlando. E, cosa ancor più importante, che la rosa le stia rispondendo.

Una mia amica un giorno, con un po’ di imbarazzo, mi ha confessato che quando la sera, nel suo giardino, si dedica ai fiori e alle piante non si limita a dar loro acqua e cure. Parla con loro. Ed ha la sensazione che loro le rispondano.

Mi crederai un po’ pazza” ha aggiunto.
No. Non mi sembra pazzia . Tutt’altro. Un retaggio, piuttosto. Il retaggio di un antico rapporto tra il Femminile ed il mondo vegetale. Che è rapporto profondo e, al contempo, estetico. Perché la bellezza, della Donna come dei fiori, introduce ad un mistero antico.

Aeneadum genetrix…” l’incipit del De Rerum Natura lucreziano. Venere che sorge dalle acque e, con il suo sguardo incantato, fa germogliare il mondo vegetale. Da lì il capolavoro di Botticelli. Ed ancora il Foscolo di “A Zacinto“.

Kore, Proserpina viene rappresentata fra i fiori prima del ratto di Ade. E tra le divinità più venerate, e misteriose, di Roma vi era Flora. Signora della vegetazione.

Pure, quel ritratto femminile di Waterhouse ha qualcosa di diverso. Ci trasporta verso altri mondi. Altre tradizioni. La donna dai capelli rossi e dalla lunga veste sgargiante di broccato ha un qualcosa di… celtico. Ci fa correre con la mente alla saga Arturiana, all’universo magico dei Mabinogion gallesi da cui questa è derivata. I popoli celtici, soprattutto i Gaeli di Scozia e Irlanda, avevano un rapporto tutto particolare con i mondo vegetale. Non per nulla i loro sacerdoti, maghi, sapienti erano i Druidi. Nome che molti fanno risalire a “duir” quercia.

E il loro calendario era contrassegnato da alberi. E i boschi erano gli unici templi che conoscevano. Era stato così anche per i greci, all’ inizio. Poi lo sviluppo del pensiero razionale aveva cominciato quel progressivo alienarsi dalla natura di cui oggi stiamo vivendo l’estremo portato. Dell’antico rapporto era restata memoria nei miti. E nelle colonne dei templi marmorei, che richiamano, appunto, alberi.

Ma i celti non avevano sviluppato il pensiero razionale. La loro sapienza era restata intuizione, simbiosi magica con la natura. Il Merlino dei romanzi Arturiani ne è uno degli ultimi rappresentanti.

I popoli celtici sono per lo più scomparsi, tranne poche sacche nelle isole britanniche. Tenute artificialmente in vita da nazionalismi e separatismi. Ma il loro spirito ha dato un contributo fondamentale a quell’anima dell’Europa che si è andata forgiando nelle profondità, tutt’altro che oscure, del Medioevo. Donandole la capacità di fantasticare, di cogliere la magia segreta delle cose. Un animo che in parte ha bilanciato l’eccesso della ragione. Che, come diceva Vico, distrugge la poesia e inaridisce. E, come chiosa Leopardi, alla fine genera mostri.

Perciò quando parli con i fiori e le piante non devi temere il giudizio comune. E non devi sentirti stravagante. O mezza pazza. Tu inconsciamente stai dando voce e respiro a quell’anima celtica che forse ti viene dal tuo retaggio genetico. Come gli occhi e i capelli. Continua a farlo nel tuo giardino chiuso, che ricorda il Poema Paradisiaco di D’annunzio. O mentre cammini in un bosco fra i nostri monti. Continua a parlare con i fiori e le piante e, soprattutto, porgi orecchio alle loro risposte. Ascoltale. Hanno una sapienza che per noi è perduta.


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