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Man mano che ci si inoltra nell’autunno muta la nostra percezione delle cose. L’estate è sempre più lontana dietro le spalle, ed ha portato via con sé non solo il calore del sole, ma anche, e forse soprattutto, il sogno di esseri fantastici, elfi e fate danzanti nelle radure boschive alla luce diafana della Luna.

Oberon e Titania si sono ormai ritirarti nei misteriosi regni sotterranei, e Puck è volato via tra le foglie rosse degli aceri.

Ma questo ritirarsi dei sogni dell’estate non lascia un vuoto. Anzi. La fantasia e l’immaginazione popolare non conosce vuoti. Lo spazio dell’immaginario si riempie di nuovi esseri magici. Esseri diversi, però.

I Romani antichi, quelli veri per intenderci, in ottobre celebravano il Digiuno, misterioso, di Cerere. Che rimandava al secondo raccolto ed echeggiava memorie eleusine. Ma era anche la festa del vino novo, una dea anche questo, Madritina, cui si attribuivano poteri di straordinaria guarigione. Convinzione, per inciso, che nel mio Triveneto è ancora ampiamente diffusa e condivisa.

Ma era anche il mese del Mundus Patet, di Mania. Festa che preparava all’apertura delle porte degli Inferi. E Mania stava a rappresentare una sorta di possessione, di passione ossessiva. Di entusiasmo. Perché erano entità che invadevano l’anima, e la possedevano. Erano, in fondo, streghe, o per lo meno le loro antenate.

Perché ottobre è il mese in cui le streghe prendono il posto nell’immaginario che era, in estate, delle fate. E dominano le fiabe che si narravano accanto ai fuochi accesi per tenere lontane le prime brume.

Le fiabe di tutti i popoli europei – ma, forse, sarebbe più giusto dire eurasiatici – sono popolate da innumeri declinazioni della figura della strega. Ora vecchia ed arcigna, ora giovane, bellissima e seducente. Talvolta capace di essere l’una e l’altra contemporaneamente. Come la Crimilde di Biancaneve.

Le streghe sono, in fondo, l’altro volto delle fate. Il volto oscuro ed inquietante, che prepara la strada verso Ognissanti, l’Halloween celtico, ora derubricato a sorta di carnevalata autunnale.

Le streghe giungono volando nella notte, a cavallo di scope, più in antico, di verri ed altri animali. Ed intrecciano danze sfrenate e sensuali, intorno a Grande Capro, che forse altri non è che l’antico Cernunnos dalla testa di cervo. O lo stesso Pan, che ritorna, in certe notti, dal suo lungo esilio.

Le loro risa suonano diverse da quelle argentine delle fate. Sono ebbre di vino, perché è ottobre e si spilla la prima offerta dalle botti. E suonano come ferro, perché il ferro è il metallo dell’autunno, e si forgiavano le spade, sacre a Marte che si ritraeva per il riposo. Tant’è che i devoti romani, in ottobre, sacrificavano al loro progenitore un cavallo.

Le streghe sono amanti inquiete ed inquietanti. In fondo riecheggiano le Lamie romane, bellissime e seducenti, ma di fatto capaci di distruggere gli uomini cui apparivano. Diventando, infine , mostri.

Le creature fantastiche dell’autunno, popolano notti ed ombre che vanno sempre più allungandosi. E il richiamo delle streghe presto evocherà le creature degli Inferi ed i fantasmi. Come la feroce Erittone – così la chiama Dante – davanti agli occhi attoniti di Sesto Pompeo, nella Farsalia di Lucano.

Mundus Patet, dicevano. Ognissanti chi si avvicina. Le pasticcerie si riempiono di dolcetti a forma di teschi e fantasmi. Tra le chincaglierie made in Cina trionfano zucche di cera con lumini e maschere mostruose. Samhain è ormai prossimo, con le dodici notti magiche che sconvolgono l’ordine del tempo normale. Charles Williams, inquieto autore di Thriller metafisici, dedicò a “La Notte d’Ognissanti” uno dei suoi libri migliori. Si dice che lo leggesse, nelle sere d’ottobre, nel pub “The Eagle and the Child”. Ad ascoltarlo gli altri Inklings di Oxford. In prima fila J. R. R. Tolkien e C. S. Lewis. Un buon modo, ancora oggi, per trascorrere parte di queste, lunghe, notti d’attesa.


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