fbpx


In occidente, stiamo abbandonando le culture incentrate sulla tradizione, sulla religione e perfino sulla nazionalità, in parte per ridurre il pericolo di un conflitto tra gruppi. Ma stiamo cadendo, sempre più, in preda alla disperazione dell’assenza di significato, e non è affatto un miglioramento.

Stiamo sprofondando nelle sabbie mobili del relativismo, e nella palude che ci circonda non abbiamo più validi punti di riferimento, appigli a cui aggrapparci. Impera il nichilismo. E siamo in balìa del caos.

Perché allora non provare a ripristinare un minimo di ordine, magari cominciando da noi stessi, in casa nostra? È appunto di qui, da queste considerazioni, che parte il noto psicologo clinico Jordan Peterson per esortare i suoi lettori ad assumersi la responsabilità della propria vita. E coniugando la lezione o, meglio, la “saggezza pratica” della tradizione con il sapere scientifico d’avanguardia, offre loro un insieme di regole che possono aiutarli in questa difficile impresa. Lo fa in maniera affabile, con esempi ricavati dall’esistenza quotidiana, dalla sua esperienza di psicoterapeuta non meno che dalla sua vita privata, ma attingendo pure a piene mani dai grandi miti dell’antichità e dai classici, a volte letti e interpretati alla luce dei moderni maestri della psicanalisi. Senza edulcorare la realtà, ma invitandoci a guardarla in faccia, con coraggio. A dire, a dirci la verità. Sempre.

La vita è sofferenza: lo affermano le principali religioni, lo ribadiscono poeti come Giobbe e Leopardi, romanzieri come Dostoevskij, filosofi come Hobbes e Schopenhauer, noi stessi lo sperimentiamo quasi ogni giorno. L’esistenza è vulnerabile, precaria, irrimediabilmente segnata da limiti. Lo stesso Peterson in una intervista radiofonica ha criticato l’idea che la felicità sia l’obiettivo principale della vita. Eppure: «Odiare la vita, disprezzarla, anche solo per l’autentica sofferenza che infligge, serve semplicemente a rendere la vita stessa peggiore, insopportabilmente peggiore»: a sé ed agli altri. Per questo è necessario «vedere il buono dell’Essere», imparare ad apprezzarne la «meraviglia» che ne accompagna «l’inestirpabile sofferenza». Coglierne il significato profondo. Senza la pretesa di fare della terra un paradiso, anzi guardandosi dalle (nefaste) ideologie che lo promettono, ma anche senza rinunciare ad un proprio sistema di valori, perchè «senza valori, non c’è significato».

Peterson non si spaccia per illuminato, perché è convinto che gli illuminati non esistano: esistono solo ricercatori di una maggiore illuminazione. «La giusta condizione dell’essere è un processo, non uno stato; un viaggio, non una meta». Ed èccolo allora ammannirci per il nostro viaggio una costellazione di regole di comportamento, di idee-guida, utili per non smarrirci o per non arrenderci al caos. Noi non staremo ad elencarle per filo e per segno, perché ci preme più di tutto sottolineare la ferma presa di posizione contro il politically correct o contro i vieti luoghi comuni e le “parole forzate” che i radicals, dall’alto delle cattedre universitarie o delle loro tribune massmediatiche, impongono ai cittadini. Spesso con l’avallo della politica.

Partiamo dalla natura, che gli attivisti dell’ecologia immaginano «armoniosamente in equilibrio e perfetta, esente dalle perturbazioni e dalle depredazioni dell’umanità. Sfortunatamente, l’ambiente è anche elefantiasi e vermi di Guinea (meglio non approfondire), zanzare anofele e malaria, Aids e peste nera, siccità che causa carestie». La natura seleziona ed anche l’ambiente si trasforma. Dice la Regina di Cuori in Alice nel Paese delle Meraviglie: «Nel mio regno devi correre più che puoi per restare nello stesso posto». Così l’uomo, per proteggere se stesso e i propri figli, è costretto a modificare l’ambiente che lo circonda. È errato pensare che la natura sia qualcosa di nettamente distinto dalla cultura o, meglio, «dai costrutti culturali che sono emersi al suo interno», a cominciare dalle «gerarchie di dominanza» che sono «più antiche degli alberi».

Bisogna prendere atto della realtà ed essere pronti a rispondere alle sue sfide: l’equazione di Price e la distribuzione di Pareto ci insegnano che chi comincia a conquistare qualcosa probabilmente otterrà di più. Occupare un territorio e ordinarlo vuol dire sottrarlo all’incertezza del caos, all’orrore dell’ignoto, alla “terribile libertà” della vertigine. L’ordine è gerarchia sociale, autorità, misura: «è tribù, religione, focolare, casa e Paese. È il soggiorno accogliente e sicuro riscaldato dal camino e in cui i bambini giocano. È la bandiera nazionale. È il valore della moneta. L’ordine è il terreno sotto i piedi e il programma della giornata. È la magnificenza della tradizione, i banchi in fila in un’aula scolastica, i treni che partono in orario, il calendario e l’orologio»; ma è anche «il ghiaccio sottile su cui tutti pattiniamo». Basta un nulla per sgretolarlo.

Non solo; l’ordine, quando sia esasperato, può diventare distruttivo e incutere terrore. Come nei campi di concentramento. O trasformarsi in uniformità, in rigore da caserma. Per i taoisti l’ordine è associato allo yang, alla mascolinità, alla figura del padre, mentre il caos – che è anche origine, sorgente, madre, materia, «la sostanza di cui tutte le cose son fatte» – è associato allo yin. La struttura gerarchica primaria della società umana è maschile, maschile è la cultura, ma è dal caos, dall’ignoto, dal misterioso mondo della gestazione – «l’eterno femminino» – che germinano le idee, le possibilità, le imprevedibili novità. Nelle mani delle donne è «la selezione schiacciante della selezione sessuale»: sono loro, in ultima istanza, a scegliere o a respingere. «Le donne hanno una forte propensione a sposare chi è allo stesso livello o a un livello superiore nella scala del potere economico. Preferiscono un partner di status equivalente o maggiore del proprio».

La mitologia (ma anche la storia) è piena di eroi civilizzatori che s’inoltrano in territori inesplorati e affrontano la grande sfida dell’ignoto, correndo gravi rischi. In questo viaggio avventuroso incontrano spesso personaggi femminili che ora li ostacolano ora li soccorrono e, in tal modo, fanno i conti con “l’altra metà del cielo”. Se e fin tanto che il rapporto tra loro si mantiene equilibrato, in un’equa divisione dei compiti determinata in primis dalla natura (la funzione riproduttiva, l’inconveniente delle mestruazioni e la minore forza fisica vanno infatti a svantaggio della donna), è possibile una convivenza fruttuosa che contribuisca al progresso umano.

Si va oggi demonizzando il patriarcato e si favoleggia di un originario matriarcato, dispotico il primo, libertario il secondo, dimenticando che «la cosiddetta oppressione del patriarcato» è stata «un tentativo collettivo imperfetto di uomini e donne, che si protrae da millenni, di liberarsi a vicenda dalle privazioni, dalle malattie e dalla fatica». Di cui è soprattutto responsabile la natura, della quale, a torto, continuiamo ad avere una concezione romantica, quando invece – per dirla con Leopardi – essa «madre è di parto e di voler matrigna».

Oggi purtroppo, per colpa di intellettuali utopisti e della rivoluzione femminista – in cui Peterson confessa espressamente di non credere -, la società si va femminilizzando: di qui il declino dell’autorità, della tradizione, della cultura; di qui lo sconvolgimento dei ruoli e l’assurda convinzione che anche le differenze di genere siano una conseguenza dell’educazione; di qui la rimozione di Dio – Padre e padrone – per far posto alla figura materna e iperprotettiva di Gaia.

Questa è l’esatta incarnazione della “madre edipica” di Freud: quella che per un malinteso senso d’amore castra e a volte distrugge i propri figli, la «Madre Terribile simbolo dell’incoscienza incurante», specchio della natura che crea e dà origine a tutte le forme, ma tutte le forme con pari noncuranza distrugge.

Peterson denuncia con coraggio la nefasta influenza esercitata a livello universitario dagli “umanisti marxisti” o, per essere più precisi, dagli intellettuali “postmoderni e neomarxisti”, per i quali la cultura occidentale «è una struttura oppressiva, creata dagli uomini bianchi per dominare ed escludere le donne e altri gruppi e che ha successo solo grazie a tale dominio ed esclusione». Sul fatto che la cultura sia una struttura oppressiva si può anche convenire, ma non va sottovalutato che essa offre anche grandi benefici. «Ogni parola che proferiamo è un dono dei nostri antenati […]. L’infrastruttura altamente funzionale che ci circonda, in particolare in Occidente, è un dono dei nostri antenati: i sistemi politici ed economici […] , la tecnologia, la ricchezza, la durata della vita, la libertà, il lusso e l’opportunità. La cultura prende con una mano, ma in alcuni luoghi fortunati dà più con l’altra. Ritenere che la cultura sia solo oppressione è da ignoranti e ingrati, oltre che pericoloso».

Ebbene: «La cultura è simbolicamente, archetipicamente, miticamente, maschile», e va pure a beneficio delle donne, le quali per secoli non avranno dato un contributo sostanziale all’arte, alla letteratura e alle scienze, ma hanno nondimeno svolto un lavoro essenziale nel crescere ed educare i figli, nel consentire ad alcuni di essi di promuovere il sapere.

Perché allora si continua ad insegnare ai giovani che la cultura è il risultato dell’oppressione maschile? «Accecate da questo assunto centrale, diverse discipline, come la pedagogia, le scienze sociali, la storia dell’arte, gli studi di genere, la letteratura e, sempre più, anche la giurisprudenza, trattano gli uomini come oppressori e l’attività degli uomini come intrinsecamente distruttiva. Spesso promuovono direttamente un’azione politica, confondendola con l’istruzione». Demolire la cultura, fosse anche per abbattere le gerarchie nella convinzione che esse si fondino sul potere e mirino all’esclusione, vuol dire fare strame delle competenze, non tener conto delle capacità, dell’intelligenza e della coscienziosità. Ripiombare insomma nel caos. Non è certo la soluzione migliore. E questo libro lo dimostra: ad abundantiam.

JORDAN B. PETERSON, 12 regole per la vita. Un antidoto al caos, My Life, Rimini 2018


Reader's opinions

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *




ElecTO Radio

Current track
TITLE
ARTIST